I boschi del savonese Capitolo III

Tipologie forestali

A. CAMIA
 

Generalità

Dopo aver esaminato la consistenza e le principali tappe storiche che hanno portato all'attuale diffusione dei boschi della Provincia di Savona, si descriveranno ora le tipologie forestali che ne caratterizzano il patrimonio naturale. È opportuno precisare che per tipologia forestale si intende qui riferirsi alla semplice descrizione delle principali comunità vegetali presenti, identificate secondo le specie arboree dominanti. Alle diverse condizioni stazionali che si riscontrano al variare dell'altitudine, corrispondono comunità vegetali differenti. In base alla quota possiamo così distinguere "fasce" o "piani" attitudinali dove è possibile riconoscere situazioni forestali diverse. Si noti che i limiti tra i piani di vegetazione non sono identificabili in termini altitudinali precisi, poiché oltre alla quota vi sono numerosi altri fattori che concorrono a determinare le condizioni stazionali (esposizione dei versanti, distanza dal mare, presenza di massicci orografici e altri ancora), né può essere posto un limite netto tra le diverse comunità vegetali che il più delle volte "sfumano" l'una nell'altra attraverso zone intermedie di passaggio.

Diverse sono le designazioni proposte dai vari Autori per le fasce di vegetazione. Volendo semplificare l'argomento, che si presenta invero assai articolato e complesso, si farà riferimento ad una classificazione semplice e comunemente utilizzata.

In linea del tutto generale per la Provincia di Savona dal basso verso l'alto possiamo identificare un piano mediterraneo che riguarda la fascia litoranea del territorio fino a 300-400 m di quota, un piano sopra-mediterraneo (o basale se si fa riferimento al versante padano), che riguarda l'entroterra fino agli 800-1000 m di quota, ed un piano montano che riguarda tutto ciò che sta alle quote superiori.

Il piano mediterraneo è caratterizzato dalle sclerofille sempreverdi cioè delle piante a foglia coriacea e persistente adattate ai climi aridi e caldi. Nella Provincia di Savona ne troviamo in realtà solo le manifestazioni meno estreme, più temperate e meno aride. Queste sono caratterizzate dalla foresta di leccio, che oggi è riconoscibile nei suoi tratti originari solo in pochi lembi di bosco lontani dai centri abitati. Nella maggior parte dei casi al posto dei boschi di leccio troviamo paesaggi ad antropizzazione più o meno accentuata, oppure la macchia o forme di degradazione di questa a gariga. Il bosco di leccio originario è stato in molti casi sostituito da colture orticole, floricole o frutticole, dagli uliveti e dai vigneti. Estesi sono i popolamenti di conifere mediterranee (soprattutto pino marittimo) che sono stati impiantati dall'uomo ovvero che sono la conseguenza del passaggio del fuoco, oppure ancora che rappresentano fasi di colonizzazione su substrati calcarei e terreni superficiali (pino d'Aleppo).

Il piano sopra-mediterraneo corrisponde alla zona di diffusione delle latifoglie eliofile, ed è caratterizzato dalle querce caducifoglie (roverella, cerro e rovere) che possono costituire vari consorzi misti con altre latifoglie: Inoltre è in questa fascia che ha trovato ampio sviluppo la coltivazione del castagno, sostituendo i querceti per opera dell'uomo. Invece le conifere, in natura assai poco rappresentate nel Savonese, sono state impiantate dall'uomo e sono costituite per lo più dal pino marittimo e dal pino nero.

Si noti che sebbene per analogie nella vegetazione si faccia riferimento ad un'unica fascia sui due versanti della Provincia, con riferimento al versante padano si parla più propriamente di fascia basale. In questa zona infatti si ha la prevalenza di specie di impronta medioeuropea, come la rovere e le latifoglie cosiddette "nobili" come frassino maggiore, ciliegio, acero di monte e altre. Sul versante marittimo invece, dove prevalgono specie con areale più meridionale, come roverella, Carpino nero, orniello e altre, si distingue la fascia sopra-mediterranea propriamente detta.

Il piano montano è caratterizzato dai boschi di faggio, con condizioni edafiche, regimi di precipitazioni e temperature per lo più adatte ad uno sviluppo rigoglioso della vegetazione arborea. Il faggio domina nella maggior parte dei casi, ma nelle stazioni più fertili e fresche assistiamo di frequente alla diffusione delle latifoglie nobili che abbiamo già incontrato nella fascia basale e che interessano anche la fascia montana . Il clima è in generale caratterizzato da escursioni termiche limitate e buona piovosità. Nelle aree sommitali spesso il vento diventa un fattore di disturbo per la vegetazione arborea e il faggio assume un portamento irregolare.

Nelle valli più interne, dove clima diventa più continentale e nelle esposizioni sud, vi sono le condizioni per la diffusione del pino silvestre.

Si esamineranno ora le tipologie di bosco più importanti del Savonese, attraverso la descrizione delle specie arboree dominanti che le caratterizzano.

Leccete

Il leccio (Quercus ilex) è un albero che cresce molto lentamente e che può vivere fino a 1000 anni. Arriva fino a 15-20 metri di altezza, ma più comunemente si attesta sugli 8-12 m. Frequentemente lo si può trovare anche in forma arbustiva, soprattutto dove le condizioni stazionali sono difficili e ai limiti della sua zona naturale di diffusione, ovvero anche a seguito di degradazioni di varia natura. In questi casi il leccio non forma boschi puri ma entra a far parte delle formazioni della macchia mediterranea. Le sue foglie sono scure e coriacee, ovali e sovente dentate al margine, lucenti sulla pagina superiore, lanuginose su quella inferiore, formanti chiome dense e compatte. Le radici sono robuste e molto sviluppate, provviste di un robusto fittone che penetra in profondità nel suolo alla ricerca di umidità e nutrimento.

È relativamente resistente al freddo, forse la più resistente delle sclerofille mediterranee, ma temperature eccessivamente basse possono danneggiarlo anche durante il riposo vegetativo. Resiste bene alla siccità, anche se talvolta con difficoltà, prediligendo in realtà situazioni di moderata piovosità. Per quanto riguarda le esigenze di luce il leccio è specie sciafila, cioè amante dell'ombra, soprattutto negli stadi giovanili; preferisce una certa copertura per la rinnovazione, e allo stadio adulto sopporta bene l'ombreggiamento laterale.

Si adatta facilmente ad una vasta gamma di terreni, evitando solamente i ristagni idrici e le matrici spiccatamente argillose. Lo si può quindi trovare su terreni sia calcarei, sia silicei. In generale nelle zone più calde e aride preferisce le esposizioni nord o gli impluvi, mentre salendo di quota ha bisogno di calore e si sposta conseguentemente nelle esposizioni sud. In condizioni favorevoli in Liguria arriva fino a 500-600 metri di quota.

L'aspetto esteriore della lecceta è quasi immutabile con l'avvicendarsi delle stagioni; le chiome cupe, perennemente verdi, offrono d'estate riparo e refrigerio. Le condizioni microclimatiche che si creano nel sottobosco consentono alle giovani plantule di crescere garantendo la perpetuazione del bosco stesso. Il leccio dominerebbe oggi sulle pendici costiere e sulle colline litoranee, con le sue caratteristiche foreste dense e chiuse, talora impenetrabili. Nonostante sia la fitocenosi più complessa e definitiva del piano mediterraneo della Provincia è però raro trovarne esempi tipici.

Il fatto che si rinnovi male allo scoperto lo costringe a regredire a seguito di perturbazioni di varia natura, ma il più delle volte di origine antropica, a vantaggio di specie eliofile. Tuttavia, ove riesca ad insediarsi e sia lasciato indisturbato per lungo tempo, in condizioni a lui favorevoli è in grado di vincere negli anni la concorrenza delle altre specie. Gradualmente, sotto la fitta ombra della fustaia adulta di leccio, le specie del sottobosco non riuscendo ad affermarsi scompaiono.

Diversamente il leccio si trova consociato ad un mescolarsi intricato di specie che sono quelle tipiche della macchia mediterranea.

Macchia mediterranea

Con il termine macchia mediterranea si intende una fitocenosi di fisionomia definita ma di composizione eterogenea, costituita da un'articolata e sovente assai fitta mescolanza di sclerofille sempreverdi in forma di arbusti e alberelli.

Si tratta di una formazione spesso molto densa, quasi impenetrabile, che tipicamente è di altezza compresa tra i 2 e i 6 metri, mentre nella forma di macchia bassa si presenta inferiore ai 2 metri.

Le specie che si intrecciano nella macchia sono diverse in funzione delle condizioni stazionali e della storia della fitocenosi. Le sclerofille che più frequentemente si incontrano sono il leccio in forma arbustiva, il corbezzolo (Arbutus unedo), il mirto (Myrtus communis), le filliree (Phillyrea latifolia, P. angustifolia), l'alaterno (Rhamnus alaternus), potendosi avere il prevalere dell'una o dell'altra a seconda dei casi.

Si distingue una macchia primaria, che è tale perché si trova in situazioni climatiche o edafiche difficili che ne impediscono ulteriori evoluzioni a bosco, da una macchia secondaria, che nella Provincia di Savona rappresenta una fase di degradazione della lecceta e che in pratica è la sola rappresentata.

La degradazione del bosco a macchia inizia con la Copertura del terreno che crea condizioni di secchezza accentuata al suolo e l'accelerazione dei processi di mineralizzazione della sostanza organica, con conseguente tendenza all'impoverimento del t substrato. Le mutate condizioni microclimatiche ed edafiche sfavoriscono lo sciafilo ed esigente leccio a vantaggio delle specie tipiche della macchia. La causa della perturbazione è il più delle volte l'uomo con i tagli sconsiderati, ma frequentemente è il fuoco. La macchia secondaria si può quindi trovare su seminativi abbandonati o in aree precedentemente pascolate. Se la causa del disturbo si ripete, come è ad esempio il caso di incendi ricorrenti, la serie di degradazione prosegue, si insediano altre specie arbustive più rustiche. Fra queste troviamo i cisti ( Cistus albidus, C. monspeliensis), le eriche (Erica arborea, E. scoparia), la ginestra comune (Spartium junceum), la ginestra spinosa (Calicotome spinosa). Nelle forme di degradazione più spinte la densità e l'altezza delle fitocenosi diminuiscono ulteriormente e si arriva alle formazioni di gariga, con arbusti bassi e radi frammisti a vegetazione erbacea, costituiti in prevalenza da eriche, cisti e arbusti aromatici come timo (Thymus vulgaris), lavanda (Lavandula latifolia), rosmarino (Rosmarinus officinalis).

In generale come detto, nella Provincia di Savona a causa dell'intensa antropizzazione si rinvengono solamente le forme di degradazione della macchia mediterranea, ovvero si ritrovano le specie che la caratterizzano, come sottobosco delle pinete artificiali di pino marittimo.

Pinete di pini mediterranei

Oltre alle fasi di degradazione della macchia, altre forme di bosco si sono costituite nell'orizzonte dominato dai querceti di leccio, di significato ed origini non sempre chiare . Fra queste sono rilevanti nella Provincia le formazioni di pini mediterranei: soprattutto pino marittimo, ma anche pino d'Aleppo. Il pino domestico è presente solo in lembi di territorio di estensione assai limitata e non ha dunque un ruolo importante nell'ambito del patrimonio forestale del Savonese; tuttavia per l'interesse generale e la bellezza dei popolamenti che forma se ne faranno comunque alcuni cenni.

Il pino d'Aleppo sembra prediligere i margini più caldi e talora più aridi mentre il pi no marittimo è per lo più diffuso artificialmente. La marcata eliofilia di questi pini li rende in grado di affermarsi su terreno poco coperto da altra vegetazione, ma in seguito li porta a subire e soccombere alla concorrenza di altre specie non appena viene garantito un certo ombreggiamento al suolo. Per questo viene loro attribuito, in misura differente, un ruolo colonizzatore e pioniere.

Questo non impedisce di considerare in taluni casi, come ad esempio per alcune stazioni dell'area balcanica, il pino d'Aleppo come una forma di vegetazione definitiva; ma questo capita per contingenze edafiche, cioè legate al tipo di suolo, che risulta inospitale per altre specie e non in grado di evolversi diversamente.

Il pino marittimo (Pinus pinaster) è albero poco longevo (al massimo 200 anni) che raggiunge ragguardevoli dimensioni (30-40 metri di altezza).

Alto e slanciato, è diffuso in purezza o mescolato con gli altri pini fino a 900-1000 metri di quota. La sua chioma con l'età tende a divenire irregolare. Gli aghi sono lunghi fino a 20 cm e sono in fascetti di 2, rigidi e pungenti, di colore verde scuro.

I coni sono molto grossi, di forma conico-allungata con un caratteristico umbone prominente sulle squame. Maturano ogni due anni ma sono serotini, permangono cioè chiusi sull'albero senza disseminare anche parecchi anni. È specie a gravitazione mediterranea occidentale che, a dispetto del nome che porta, non tende a prevalere nell'ambiente litoraneo vero e proprio ma piuttosto nelle colline dell'entroterra. Infatti tra i pini mediterranei è il meno termofilo e lo si può quindi anche trovare a quote ben superiori rispetto agli altri due.

Alcuni autori distinguono diverse forme o varietà di differenti provenienze. In particolare sarebbe riconosciuta una forma a gravitazione atlantica, di dimensioni maggiori, che cresce meglio su substrati acidi e richiede maggiore umidità, e una forma a gravitazione mediterranea che resiste sul calcare ed è più xerofila.

In generale viene comunque riconosciuto che si tratta di una pianta rustica, di temperamento estremamente plastico e scarse esigenze per quanto riguarda il substrato.

Tuttavia al pregio della frugalità, plasticità ecologica e della eliofilia, che la fanno connotare come pianta colonizzatrice di grande utilità, si accompagna il fatto che in realtà non è una specie migliorativa del suolo.

Peraltro il ruolo di specie pioniera e preparatoria rimane nella importantissima azione di protezione dall'erosione di versanti collinari e pedemontani che svolge, su pendici altrimenti difficilmente occupabili con altre specie arboree.

Inoltre non va dimenticato che l'ombra prodotta dalla copertura arborea permette l'ingresso di specie meno eliofile altrimenti escluse, che potranno a loro volta indurre un graduale miglioramento del substrato.

Più frequentemente è calcifugo, rifugge cioè i terreni calcarei, ma tollera le sabbie litoranee fortemente alcaline. Questa caratteristica, unita alla rapida crescita ed alla elevata resistenza alla miscela di sale marino e tensioattivi anionici provenienti dai detersivi che viene trasportata dal vento marino sotto forma di aerosol, lo rendono molto adatto ed utile per proteggere i boschi di pino domestico (che al contrario è molto sensibile all'aerosol marino) posti in prossimità del mare.

È capace di grande forza di diffusione e di notevole capacità di adattamento e pertanto è stato utilizzato per rimboschimenti in situazioni anche molto diverse. La considerevole diffusione artificiale che ha conosciuto nonché la sua plasticità ecologica non permettono di caratterizzare in modo netto gli ambienti ed il sottobosco tipico dei boschi di pino marittimo, ma frequentemente si tratta delle specie tipiche della macchia, in forma più o meno degradata, data l'estrema povertà dei terreni sui quali talvolta si sviluppa.

Le pinete di pino marittimo sono molto diffuse non solo perché la specie è stata impiegata in moltissime situazioni per il rimboschimento, ma anche per il suo adattamento agli incendi boschivi. A seguito del passaggio del fuoco di una certa intensità il suolo può rimanere scoperto, generando condizioni difficili per molte specie a causa dell'esposizione diretta ai raggi del sole. Invece il pino marittimo, così adattato a colonizzare suoli nudi, dopo un incendio dissemina abbondantemente, grazie al fatto che i suoi coni serotini vengono aperti dal calore del fuoco e vince così facilmente la competizione per la conquista dello spazio.

Se si fa visita ad un'area percorsa dal fuoco dove era presente il pino marittimo, a qualche anno di distanza dall'evento, si rimarrà colpiti dall'abbondanza di novellame e dalla densità delle giovani piantine. Naturalmente se l'incendio dovesse ripetersi nella stessa area a breve intervallo di tempo del bosco rimarrebbe ben poco, ma fortunatamente questa circostanza si verifica più raramente.

Molte piantagioni di pino marittimo sono state negli ultimi anni sterminate da un parassita, il Matsucoccus feytaudi. L'insetto è una cocciniglia di piccolissime dimensioni che si nutre della linfa e porta rapidamente ad ingiallimento della chioma e conseguente morte delle piante . I rimedi sono più che altro preventivi, anche perché l'impiego di insetticidi in bosco non è certo un intervento auspicabile. Purtroppo i tentativi di contenere l'avanzata del Matsucoccus dall'epoca in cui si ebbe la notizia della sua penetrazione in Liguria (arrivato dalla Francia) si sono rivelati infruttuosi, e l'intero patrimonio boschivo del Savonese interessato da questa specie è oggi gravemente minacciato.

Il pino d'Aleppo (Pinus halepensis) è una conifera frugale e resistente. La sua chioma, riccamente ramificata, assume in prossimità dei litorali le forme più estrose e bizzarre, piegata dalla forza del vento, ovvero protesa verso il mare dalle coste rocciose. Il fusto è raramente diritto, i rami principali sono spesso contorti e robusti, ma l'albero può raggiungere, ove la fertilità della stazione lo consenta, i 20 metri di altezza. Gli aghi, tenuti in mazzetti di 2 e più corti rispetto agli altri pini mediterranei, sono di un verde chiaro e conferiscono alla chioma una struttura nel complesso leggera ed elegante.

Gli strobili, cioè le pigne, sono portati da un peduncolo ricurvo, impiegano 2 anni per maturare, e quando sono chiusi hanno una forma nettamente conica.

Il robusto apparato radicale riesce a penetrare anche nelle rocce, ambiente dove, come accennato, non di infrequente lo possiamo trovare.

È una pianta estremamente resistente alla siccità, vegeta bene con piovosità di 500600 mm annui e anche meno di 100 mm nel trimestre estivo. È amante del caldo e della luce e forma quindi boschi radi, su suoli tendenzialmente a matrice calcarea ma che non devono essere compatti o presentare ristagni di umidità. Cresce nelle zone più calde e aride della fascia marittima, su substrati calcarei e sabbiosi.

La sua possibilità di rinnovarsi allo scoperto lo avvantaggia nei confronti del leccio quando il terreno rimane senza copertura arborea. Le sue caratteristiche di estrema xerofilia e frugalità lo rendono inoltre adatto a rimboschire ambienti sterili nei quali anche la macchia riesce a malapena a svilupparsi. Sotto la protezione della pineta si possono così creare le condizioni (per ombra e quindi microclima, nonché per l'arricchimento graduale del substrato) per un successivo insediarsi della macchia e avviare quindi una dinamica evolutiva positiva della vegetazione.

Nel sottobosco dei boschi di pino d'Aleppo troviamo pertanto frequentemente le specie tipiche della macchia, ma anche, quando esso cresce in zone rupestri e dove il bosco si fa rado, possiamo trovare un sottobosco più tendente alla gariga.

Si adatta infine bene all'aerosol marino ed ai venti costanti, in conseguenza dei quali assume un caratteristico portamento a bandiera della chioma.

Il pino d'Aleppo non è eccessivamente diffuso nella Provincia di Savona. In alcuni casi è spettacolare la sua presenza sulle rupi litoranee (Capo di Noli); spesso, dove le condizioni non sono proibitive per le altre specie e andando verso l'immediato entroterra, lo si può trovare in consorzi misti con il pino marittimo, con la roverella ovvero con orniello, Carpino nero, o anche con il leccio.

In relazione agli incendi boschivi sembra che il pino d'Aleppo presenti un adattamento particolare. Infatti in genere gli strobili si aprono per rilasciare i semi in modo molto lento e irregolare, e la rinnovazione del pino è per questo motivo solitamente difficoltosa. In caso di incendio, il calore emanato dal passaggio del fuoco provoca una apertura contemporanea e generalizzata dei coni sulla pianta ed un massiccio rilascio dei semi a terra. Questo meccanismo non solo garantisce al pino d'Aleppo la perpetuazione, ma lo favorisce nella competizione con le altre specie per la conquista dello spazio nelle aree frequentemente percorse dal fuoco. Per questo si ipotizza che questo pino, come molte specie mediterranee abbia, nel corso della sua evoluzione, modificato la sua infiammabilità in modo da richiamare il fuoco ed essere così favorito nei confronti di altre specie.

Il pino domestico (Pinuspinea) detto anche pino da pinoli, è un albero agile e di considerevoli dimensioni, armoniosamente inserito in situazioni e paesaggi più disparati. Il portamento è solenne e armonioso, la chioma, globosa da giovane, assume col tempo un aspetto a candelabro che gli conferisce un aspetto slanciato e plastico.

Alto fino a 30 metri con diametri del fusto anche di 2, vive fino a 200-250 anni. La caratteristica corteccia si fessura con l'età in ampie placche tendenzialmente rettangolari, di colore grigio e bruno rossiccia Gli aghi sono in fascetti di 2 , di media lunghezza (da 10 a 20 cm), appuntiti e di un colore verde vivo. I coni, che portano i pinoli avvolti da una polverina nera che sporca le mani, impiegano 3 anni a maturare, e solo nel terzo anno diventano grossi, pesanti e globosi come si è soliti conoscerli.

È legato agli ambienti litoranei anche se un po' meno termofilo del pino d'Aleppo, potendo resistere meglio al freddo. Predilige terreni sabbiosi, preferibilmente ben drenati e non troppo asciutti. Evita i suoli troppo pesanti o calcarei.

Come gli altri pini mediterranei è specie eliofila, tuttavia in prossimità delle coste la sua chioma patisce molto l'aerosol marino. Per questo motivo spesso è stato suggerito di anteporre alle piantagioni di questo pino delle fasce di protezione a pino marittimo che, come illustrato, da questo punto di vista è più resistente.

L'origine del pino domestico è dubbia. È coltivato in Italia fin dai tempi dei Romani, è stato cantato dai poeti e portato a effigie come albero più bello d'Italia, ma verosimilmente non si tratta di specie indigena, cioè originaria della nostra penisola. L'origine delle poche e non estese pinete di questa specie nella Provincia di Savona è nella generalità dei casi artificiale.
 

Querceti caducifogli

Come accennato in precedenza le querce caducifoglie presenti nella Provincia di Savona sono la roverella, la rovere ed il cerro. La roverella è la più adattabile ed è anche la più diffusa; è termofila, estremamente xerofila e predilige i suoli calcarei. La rovere è invece una specie medioeuropea, con minori esigenze di temperatura ma maggiori di umidità, la si trova pertanto sul versante padano, in zone più fresche rispetto alla roverella, ed esclusivamente su suoli di matrice non calcarea. Il cerro è più diffuso su suoli profondi, tendenzialmente freschi e argillosi, e nella Provincia di Savona si trova all'estremo occidentale del suo areale.

La roverella (Quercus pubescens) deve il suo nome latino alla lanugine che ricopre la pagina inferiore delle foglie, che sono leggermente coriacee, lobate con insenature piuttosto profonde. La forma delle foglie è comunque estremamente variabile da un individuo all'altro, anche perché facilmente si incontrano esemplari ibridi, che rappresentano fasi intermedie tra la rovere e la roverella, e talvolta risulta difficile determinare con sicurezza la specie. Il portamento è tendenzialmente contorto, con rami sinuosi che formano una chioma molto densa che sovente durante il riposo invernale mantiene le foglie secche sulla pianta. L'apparato radicale è molto adattabile e può penetrare anche nelle fessure della roccia. L'altezza cui può giungere è di 25 metri, ma nella maggior parte dei casi la troviamo in boschi cedui per il cattivo portamento.

È una specie rustica, termofila, tra le più xerofile delle caducifoglie. Resiste bene agli inverni freddi ma ha bisogno di una lunga estate calda; per questo può risalire notevolmente nelle valli interne in esposizioni calde e lungo le pendici, dove fa meno freddo che nei fondo valli. È in realtà una pianta non molto competitiva nella colonizzazione, per i suoi lenti accrescimenti giovanili e l 'eliofilia non molto spiccata; ciononostante la sua frugalità, la xerotolleranza, la predilezione per terreni a matrice calcarea, nonché la tolleranza anche per i terreni argillosi o superficiali, le hanno consentito di affermarsi in moltissime aree dove i concorrenti erano sfavoriti.

Può scendere fino al mare, dove l'aridità diventa il suo fattore limitante, con incursioni fino a competere con il leccio nelle stazioni ancora sufficientemente piovose e dove la degradazione è più forte. La roverella si trova tipicamente in mescolanza con altre due specie che talora possono anche prevalere . L'orniello (Fraxinus ornus) che è più diffuso nelle stazioni tendenzialmente più aride e il Carpino nero (Ostrya carpinifolia) che è invece di temperamento più mesofita e pertanto prevale nelle stazioni più fresche. Insieme possono formare consorzi noti con il nome di orno-ostrieti, con la prevalenza del Carpino nero e l'orniello in subordine, e dove la roverella può venire relegata al rango di ospite.

La rovere (Quercus petraea) al contrario della roverella ha un buon portamento e può arrivare a 30-35 m di altezza. Le foglie sono glabre, cioè non presentano peluria sulla pagina inferiore, ed hanno lobi meno profondi.

Il temperamento è orientato ad una maggiore mesofilia. È inoltre specie acidofila che rifugge il calcare ed i ristagni idrici; pertanto trova il suo ottimo su suoli silicei e bene drenati. È la quercia che maggiormente ha risentito della coltivazione del castagno. Infatti il castagno ha esigenze ecologiche analoghe alla rovere ed è stato pertanto prevalentemente diffuso nelle stazioni dove la quercia cresceva meglio. Oggi la si trova quindi quasi esclusivamente in mescolanza con altre specie, nelle zone più fertili come componente di boschi misti di latifoglie mesofite con acero di monte (Acer pseudoplatanus), frassino maggiore (Fraxinus Excelsior), ciliegio (Prunus avium) e altre. Inoltre, insieme a specie pioniere quali la betulla (Betula pendula), il pioppo tremolo (Populus tremula), il salicone (Salix caprea), inizia in alcuni casi a prendere parte a quelle venosi in forte dinamismo che stanno invadendo le selve castanili abbandonate.

Il cerro (Quercus cerris) è una pianta di buon portamento che può raggiungere dimensioni (fino a 35 m di altezza e 1,5 m di diametro del fusto). Le foglie sono di un verde molto scuro e molto disformi, con il margine suddiviso in modo molto irregolare; nello stesso individuo possiamo così trovare foglie con lobi appena accennati e foglie profondamente ed irregolarmente lobate.

È meno diffuso delle due precedenti nella Provincia di Savona. È considerabile una specie di transizione tra l'area calda e xerica della roverella ed il piano montano del faggio. Le condizioni migliori di sviluppo si hanno dove il suolo è profondo e quando vi è una certa disponibilità idrica, anche se teme i ristagni d'acqua troppo prolungati.

La tolleranza che presenta nei riguardi dei substrati argillosi conferisce al cerro buone potenzialità nei terreni con queste caratteristiche, dove la concorrenza con le altre specie diminuisce. Si può trovare talvolta consociato alla roverella alla quale spesso soccombe, soprattutto dove la siccità estiva è marcata.

Castagneti

Il castagno (Castanea sativa) è la specie di gran lunga più diffusa nella Provincia di Savona. Lo troviamo sotto due forme nettamente differenti dal punto di vista paesaggistico: il castagneto da frutto, governato a fustaia, ed il ceduo (per i dettagli su queste due forme di coltivazione del bosco si veda il capitolo sulla selvicoltura).

È indubbio e noto a tutti l'elevato valore paesaggistico dei castagneti da frutto, costituiti da individui dalla chioma ampia e globosa, talvolta di età e dimensioni considerevoli. Con l'età i fusti assumono bizzarre conformazioni, con irregolarità anche causate dall'innesto che venne fatto nei primi anni di vita, e spesso i diametri elevati delle piante senescenti nascondono estese cavità interne. Il castagno è infatti pianta molto longeva, solitamente arriva a 300-400 anni ma può vivere anche fino a 1000. È pianta moderatamente termofila, che tollera un certo freddo invernale. La sua distribuzione risente molto del fattore edafisico, cioè relativo al suolo, per il quale il castagno ha peculiari esigenze di proprietà fisiche e chimiche. Esige infatti terreni sciolti, senza ristagni d'acqua e neutri o dotati di una certa acidità, predilige comunque suoli ricchi di humus, freschi e profondi. L'apparato radicale è robusto ma superficiale, per cui può in parte tollerare una moderata presenza di calcare nel suolo a patto che questo sia stato dilavato dalle piogge in profondità.

Come già illustrato in precedenza la sua espansione è dovuta all'intervento dell'uomo, che per secoli lo ha coltivato per il frutto, di elevate proprietà nutritive e impiegato anche per farne farina, o per la paleria ricavata dai cedui, caratterizzati dal rapido accrescimento e dal vigore delle ceppaie. Nella prima metà del secolo è stato inoltre largamente utilizzato dall'industria del tannino.

La fascia interessata dal castagno è stata pertanto dilatata oltre i limiti naturali di diffusione, dal livello del mare, nelle stazioni meno aride, fino a 1000-1100 metri, in esposizioni favorevoli, a spese delle querce (soprattutto della rovere e del cerro), del faggio e delle altre latifoglie che sono state costrette a regredire ogni qualvolta le condizioni stazionali risultavano adatte alla sua coltivazione. La roverella è stata per lo più risparmiata poiché vive su terreni a matrice calcarea, che sono inadatti al castagno.

Due fitopatie hanno colpito gravemente il castagno, entrambe dovute a parassiti fungini: il mal dell'inchiostro causato dalla Phytophtora Gambiera ed il cancro corticale portato dalla Endothia parasitica. Il mal dell'inchiostro provoca marciume delle radici e della base del fusto cui consegue un progressivo disseccamento della chioma fino alla morte delle piante; è comparso tra la fine del secolo scorso e l'inizio del '900 e dopo alcuni decenni di intensa attività gli attacchi sono progressivamente diminuiti fino a non destare più preoccupazioni.

Il cancro corticale ha letteralmente devastato i castagneti dalla prima metà del secolo fino agli anni '60. Il fusto e i rami vengono attaccati sotto la scorza, si forma un caratteristico rigonfiamento a manicotto e la porzione superiore secca. La conversione di molti castagneti da frutto in cedui è stata in parte attuata per fronteggiare il parassita, contrastato dal rapido e vigoroso accrescimento dei polloni, che riescono a cicatrizzare le ferite causate dalla malattia . Anche il parassita agente del cancro corticale sembra negli ultimi anni aver diminuito la sua virulenza, e la minaccia di ulteriori devastazioni si direbbe per il momento scongiurata.

Oggi, con l'abbandono di gran parte dei castagneti un tempo coltivati, è in atto il fenomeno della graduale riconquista dello spazio da parte di specie prima allontanate. A seconda delle situazioni possiamo riconoscere l'ingresso di diverse specie: il faggio alle quote superiori, specie colonizzatrici come nocciolo, betulla e pioppo tremolo che preparano il terreno per l'ingresso di specie più definitive, latifoglie miste come l'acero di monte, il frassino maggiore nelle stazioni più fresche con suoli più evoluti, mentre nell'orizzonte mediterraneo ritornano le specie sempreverdi.

Pinete di pino nero

Il pino nero, il cui nome latino è Pinus nigra, è una specie detta collettiva poiché sottende numerose sottospecie che presentano lievi differenze. Poiché non è opportuno in questa sede addentrarsi nei meandri della tassonomia botanica, si farà genericamente riferimento al pino nero come entità unica.

Il pino nero è stato impiantato artificialmente in molte stazioni a partire dall'inizio del secolo ma soprattutto negli anni '50 e '60, per rimboschire lande degradate e inospitali, dal piano sopra-mediterraneo fino al piano montano.

È innegabile l'aiuto che ha fornito alla ricostituzione della vegetazione in condizioni di suolo talora poverissimo su substrati superficiali, calcarei, in stazioni ripetutamente percorse da incendio ed estremamente degradate.

Si tratta di popolamenti artificiali, che poco o nulla hanno a che vedere con la vegetazione del Savonese, ma che in molti casi rivestono una certa importanza dal punto di vista della protezione del suolo . Oggi tuttavia la tendenza è quella di limitarne il più possibile l'impiego e favorire le specie autoctone delle valli della Provincia di Savona .

Faggete

Il faggio (Fagus sylvatica) è un albero di alta statura (arriva fino a 35 metri di altezza e 1, 5 metri di diametro) ma non molto longevo (vive fino a 200-250 anni) . Il fusto è regolare, la corteccia liscia di un bel grigio argenteo, il portamento elegante. Le foglie sono ovali, un po' ondulate ai margini, raramente dentate . La chioma, se la pianta cresce isolata è tipicamente ampia, globosa e ramificata fin dal basso, se invece la pianta cresce nel bosco viene portata molto in alto.

Le esigenze del faggio che, per come caratterizza i paesaggi e per la sua ampia diffusione è a ragione considerato tra le specie più importanti in Italia, sono precise e ben definite. In generale il clima non deve presentare variazioni brusche, le escursioni termiche devono essere limitate: estati relativamente fresche e inverni non troppo rigidi. Teme molto le gelate tardive (primaverili), che spesso costituiscono il fattore limitante la sua diffusione. È inoltre esigente per quanto riguarda l'umidità, richiede elevate precipitazioni soprattutto in primavera; l'umidità atmosferica può, almeno in parte, compensare ove le precipitazioni scarseggino.

Il suolo deve avere ottime caratteristiche fisiche, deve essere ben drenato, areato ma anche con una buona capacità di ritenuta idrica. Si adatta sia a terreni acidi che alcalini, purché provvisti di una buona quantità di humus di qualità e di abbondante lettiera. In effetti è il faggio stesso che, una volta insediato, condiziona in questo senso il suolo con la sua abbondante lettiera . Talvolta però, se lo strato di foglie diventa troppo spesso e non filtra sole a sufficienza dalle chiome degli alberi (il sole aiuta i processi di decomposizione e mineralizzazione della sostanza organica), si possono avere problemi di rinnovazione perché le plantule non riescono a penetrare con la radichetta attraverso la lettiera per raggiungere il suolo sottostante.

Il faggio è specie estremamente tollerante dell'ombra. Infatti i boschi di faggio sono spesso molto chiusi, e il sottobosco è tipicamente scarso se non assente quasi del tutto, essendo poche le specie in grado di vegetare con la quantità di luce che filtra dalle chiome. Per questo stesso motivo il faggio tende a costituire boschi puri. In molte stazioni, con condizioni ottimali per la vita del faggio attualmente in mescolanza con altre specie, dobbiamo aspettarci una sua graduale espansione fino alla eliminazione dei concorrenti.

I suoi limiti di diffusione in Provincia di Savona sono dettati verso le quote inferiori principalmente dall'aridità, mentre alle quote superiori il faggio arriva fino ai crinali, dove il vento forte lo costringe a portamenti contorti riducendolo ad un alberello ovvero, nei casi peggiori, limitandone le possibilità d'insediamento.

Come già segnalato in precedenza le superfici a faggio sono state in passato contratte per far posto ai pascoli e, ai limiti inferiori della sua diffusione, al castagno . Pertanto oggi lo troviamo in un ambito attitudinale che potenzialmente dovrebbe essere ampliato, come in effetti oggi sta avvenendo, verso il basso.

Le latifoglie "nobili" che, come accennato, sono diffuse dal piano basale al piano montano, le troviamo talvolta in mescolanza con il faggio, nonché a contendergli le stazioni di impluvio, dove le condizioni di umidità e la profondità del terreno aumentano.

Verso i limiti attitudinali inferiori della sua diffusione, il faggio condivide talvolta le risorse della stazione con il cerro, che può risalire fino al piano montano se trova condizioni adatte.

Il pino silvestre (Pinus sylvestris) ha un'areale di diffusione naturale in Europa e in Asia vastissimo. La specie si è dunque adattata ad una grande varietà di condizioni e si sono differenziate per questo diverse razze geografiche o ecotipi, con temperamento e caratteristiche notevolmente differenti fra loro. In effetti è diffuso in più fasce attitudinali, ma è nel piano montano che si trova nelle condizioni più tipiche.

La chioma è di un grazioso colore verde-grigio, il fusto nella parte superiore e nei rami più grossi assume un caratteristico colore aranciato. Gli aghi, in fascetti di 2, sono pungenti e ritorti su se stessi.

Nella Provincia di Savona il pino silvestre è presente con ecotipi tendenzialmente ramosi e di lento accrescimento.

È una specie continentale, che tollera notevoli sbalzi termici, resistendo a minimi accentuati ma richiedendo nel contempo una discreta temperatura nel corso della stagione estiva, che però non deve essere troppo prolungata.

E resistente all'aridità e spesso si concentra nelle esposizioni calde, totalmente indifferente alla reazione del suolo. Può diffondersi su suoli assai poveri e superficiali e presenta pertanto elevate qualità di specie pioniera.

Questo è sottolineato inoltre dal fatto che è una specie eliofila, in grado di rinnovarsi solo allo scoperto e dove la concorrenza, che teme moltissimo, non si fa troppo sentire.

Lo troviamo frequentemente nelle esposizioni sud, talvolta mescolato alla roverella, potendo sui terreni più superficiali rappresentare una fase preparatoria al suo ingresso.

I consorzi misti sono di frequente costituiti da specie con scarso potere di concorrenza ed anch'esse di carattere pioniere come la betulla ed il pioppo tremolo.

La bassa continentalità del clima del Savonese in generale lo sfavorisce ma spesso è facilitato nella sua diffusione dal passaggio del fuoco che crea ampie radure all'interno delle quali può insediarsi. Di fatto in alcune situazioni è proprio l'incendio l'unico modo che il pino silvestre ha per rinnovarsi affermandosi sulle altre specie.

Da ricordare inoltre è la dinamica che vede il pino silvestre fra le specie che stanno invadendo i pascoli ed i castagneti da frutto abbandonati, configurandosi anche in questi casi come specie transitoria .