I boschi del savonese Capitolo IV

Selvicoltura

G. BOVIO

L'uomo ha sempre cercato di agire sulla foresta per ottenere materia prima, nutrimento, difesa. Contemporaneamente però ha anche agito per eliminare gli aspetti negativi della foresta, come la difficoltà di movimento e di orientamento, il rifugio per animali temuti, il brigantaggio ecc. Quindi il rapporto con la foresta è stato sempre alterno tra il considerarla fonte di nutrimento e luogo ostile.

Nel basso medio evo cominciò in modo apprezzabile l'eliminazione della foresta per il diffondersi dell'urbanizzazione . Uno sfruttamento massiccio per trarre energia, avvenne poi durante la rivoluzione industriale. In seguito l'uso del carbone, e poi ancora l'elettricità, limitarono lo sfruttamento che assumeva via via connotazioni differenti. L'aspetto delle coperture forestali, oggi presenti, consegue alle caratteristiche ambientali ma soprattutto agli interventi che sono stati fatti nel corso dei secoli con lo scopo di fruttare il bosco, pur garantendone la continuità dove si desiderava che rimanesse.

Con lo sfruttamento e l'uso della foresta nasceva anche la sua coltivazione, o selvicoltura, sulla base di regole empiriche nate e migliorate nel corso dei secoli. Con lo sviluppo scientifico, specialmente della botanica, si ebbe un'evoluzione anche della selvicoltura. Questa è variata in funzione degli approcci sociali al bosco, in rapporto a ciò che si vuole ottenere, ai prodotti che si ritengono utili. In passato, più di oggi, era importante la produzione del legno. Per questi motivi la coltivazione dei boschi non è avvenuta, né avviene ora, in modo uguale dappertutto. Anzi cambia, nel tempo e nello spazio, poiché cambiano le conoscenze scientifiche e l'importanza che la società dà alle varie funzioni della foresta.

La selvicoltura è la scienza che studia come coltivare il bosco affinché esso possa svolgere determinate funzioni. Senza la selvicoltura il bosco sussisterebbe ugualmente ma potrebbe non svolgere, nei tempi e nei modi desiderati dall'uomo, alcune funzioni come quella ricreativa o paesaggistica, la produzione legnosa, la regimazione idrogeologica. Con la selvicoltura si vuole valorizzare al massimo la funzione desiderata e contemporaneamente mantenere i presupposti per continuare a svolgerla nel tempo. Quindi si cerca di plasmare il bosco secondo le esigenze che si desidera soddisfare cominciando a diffondere la specie arborea ritenuta più vantaggiosa. Per questo motivo, come noto, la vegetazione attuale è molto differente da quella originale, per le continue trasformazioni dell'uomo che ha eliminato alcune specie sostituendole con altre. Inoltre nell'ambito della stessa specie si favoriscono determinati tipi di distribuzione spaziale delle piante. Anche la loro dimensione può variare a seconda dell'uso. Ad esempio se si vuole legna da ardere è bene che i fusti siano inferiori a un determinato diametro mentre per legname da opera è invece indispensabile raggiungere dimensioni maggiori. Inoltre nel primo caso non è importante che il fusto sia rettilineo mentre nel secondo caso è indispensabile.

La selvicoltura quindi tende a realizzare le condizioni affinché in un certo ambiente gli alberi possano crescere al meglio e possano riprodursi. Per ottenere questo scopo si deve intervenire in modi assai differenti a seconda dell'ambiente e delle esigenze della specie. Queste, variano anche molto in rapporto alla costituzione del terreno, all'acqua disponibile, alla necessità di luce e a numerosi altri fattori.

Un altro scopo degli interventi selvicolturali è ottenere una copertura arborea il più stabile possibile nei confronti dei numerosi agenti perturbatori, quali potrebbero essere parassiti animali o eventi climatici particolari, come vento forte o traumi anche gravi come il fuoco.

Tutti gli obiettivi indicati, ottenibili con la selvicoltura, si potranno realizzare in modo differente a seconda che si presentino due situazioni distinte: una in cui non ci sia il bosco e lo si debba realizzare, e una in cui sia già presente.

Nel primo caso non essendoci la copertura arborea la si ottiene sia seminando gli alberi sia piantandoli, usando una o più specie. L'impianto deve essere realizzato secondo precisi criteri e in rapporto alla situazione ambientale. In modo particolare si dovranno considerare le caratteristiche del terreno, dell'ambiente e la copertura vegetale già presente. Dopo l'impianto si dovranno garantire le cure necessarie per l'affermarsi dei giovani individui che dovranno vincere la concorrenza con altre specie vegetali e che, se troppo numerosi, si contenderanno alimento e spazio. Quindi sarà necessario regolare la densità delle piante intervenendo via via durante il loro accrescimento per garantire la densità corretta. Se il bosco è già presente, lo si deve regolare secondo le finalità volute. Il solo strumento è il taglio di alberi che si deve realizzare in tempi e luoghi definiti. I criteri scientifici che regolano i tagli sono l'elemento per distinguere la selvicoltura dallo sfruttamento irrazionale senza curarsi di garantire per il futuro la presenza e la produzione del bosco.

Poiché è fondamentale l'obiettivo di perpetuare il bosco, i tagli avranno la finalità (oltre che di raccogliere alberi) di stimolare la produzione, o per seme o per sviluppo di gemme, di altri individui che formeranno la futura copertura forestale.

Quando i giovani alberi derivano da seme i tagli favoriranno le condizioni per la sua produzione e la sua nascita. Quando derivano da gemme si realizzano le condizioni disviluppo affinché queste possano crescere dopo il taglio appena avvenuto Bisogna però evitare che il taglio avvenga durante il periodo vegetativo perché improvvisamente verrebbe a mancare, con grave pregiudizio, parte dell'organismo per svolgere funzioni vitali in atto. Vi sono regole che stabiliscono il calendario in cui è possibile fare i tagli in funzione della quota (art. n 8 prescrizioni di massima - Si tratta del regolamento delle Prescrizioni di Massima e di Polizia Forestale -PMPF- emanate con regolamento della Regione Liguria del 7-9-93 n. 3). Ad essa è direttamente proporzionale la lunghezza del riposo vegetativo. Nell'alto fusto invece è possibile fare il taglio in qualsiasi stagione (art. 7 PMPF) poiché la ceppaia dell'albero che viene utilizzato non dovrà ricacciare e la continuità del bosco verrà garantita dalla nascita dei semi che ha prodotto. La scelta se perpetuare il bosco da seme o da gemme non è molto ampia poiché dipende dalle caratteristiche delle specie. Alcune possono ricacciare nuovi individui (detti polloni) dopo essere state tagliate alla base, altre assolutamente no. Nelle prime, se la capacità di ricaccio è elevata, si può ottenere una nuova pianta o un nuovo bosco dopo un certo tempo dal taglio. Una piccola quantità di individui nati da seme viene impiegata per sostituire le ceppaie che dopo avere subito già alcuni tagli esauriscono la loro capacità di ricacciare.

Nelle specie che si possono originare solo da seme non vi è possibilità di scelta.

La selvicoltura può variare, modulandosi secondo le esigenze, imitando, per quanto possibile, i processi naturali oppure privilegiando specifiche produzioni come avviene negli impianti di arboricoltura da legno. Essi hanno lo scopo di produrre legname di determinate qualità, possibilmente in tempi brevi. Si impiegano quindi specie che garantiscono questi risultati.

Gli interventi descritti sono gli unici che la selvicoltura attua normalmente. Infatti, solo eccezionalmente, si ricorre a concimazioni, o a antiparassitari, o ad altri interventi sull'ecosistema. In questo senso, la selvicoltura differisce sostanzialmente dall'agricoltura che interviene con mezzi e prodotti sempre più sofisticati con l'obiettivo della produzione che comunque si realizza in tempi brevi. Per la selvicoltura invece la produzione legnosa è solo uno degli obiettivi, che talvolta come accade oggi, è di minore importanza rispetto ad altre funzioni.

Rinnovazione e stadi evolutivi

Ipotizzando che il bosco debba essere realizzato su una superficie forestale che ne è priva, può essere necessario procedere in modi assai differenti . Infatti gli obiettivi che si possono raggiungere con l'imboschimento sono vari.

Se si vuole ottenere, almeno prevalentemente, il prodotto legno si opera secondo i criteri dell'arboricoltura da legno che contempla anche investimenti di energia considerevoli. Si può prevedere, pertanto, di fare delle lavorazioni al terreno che faciliteranno l'accrescimento delle piante da mettere a dimora. Il costo sostenuto sarà compensato dal ricavo alla fine del turno che verrà tenuto il più breve possibile, pur nel rispetto delle caratteristiche delle specie impiegate. In questo caso normalmente non si desidera tendere all'evoluzione della vegetazione spontanea che potrebbe essersi affermata nel periodo precedente al rimboschimento in cui il suolo non è stato usato . Quindi, con le lavorazioni, si cercherà anche di eliminare la vegetazione spontanea soprattutto perché la si considera concorrente con quella che si desidera impiantare e fare prevalere. Eventualmente si potrà lasciare cespugliame spontaneo, in misura assai contenuta, per la protezione che può esercitare sulle giovani piantine.

Nel caso invece che si voglia realizzare la copertura Postata per finalità di protezione idrogeologica le lavorazioni saranno il più contenute possibile e la vegetazione spontanea valorizzata al massimo. Infatti in questo caso, il bosco che si vuole ottenere viene considerato una continuazione ed una accelerazione di ciò che spontaneamente sta formandosi. Però non si può fare astrazione dalla realtà ambientale e climatica . Infatti la vegetazione spontanea fa concorrenza alle piantine collocate a dimora, soprattutto in termini di consumo idrico, quindi potranno essere opportune differenti lavorazioni. Le necessità saranno differenti poiché se, sull'area soggetta a impianto, in precedenza vi era il bosco si avrà terreno molto ricco di humus, con struttura verosimilmente più favorevole di quella che si avrebbe se preesisteva il prato o il terreno nudo. I n quest'ultimo caso, soprattutto la sostanza organica sarebbe molto minore, la compattazione più elevata e le condizioni per lo sviluppo dell'apparato radicale delle piantine assai meno favorevoli. Quindi la necessità di lavorazione è diversa.

Il caso più favorevole è quello in cui si proceda alla rinnovazione artificiale dopo l'utilizzazione (con questo termine si intende la raccolta degli alberi maturi con il taglio). Ciò può essere indispensabile, dopo il taglio raso, in specie che si rinnovano con difficoltà oppure dove il bosco deve essere ricostituito dopo traumi gravi. Questi possono essere schianti dovuti al vento o alla neve, oppure incendi di potenza elevata. Per garantire la continuità del bosco, dove la rinnovazione naturale è da ritenere improbabile, si deve provvedere alla rinnovazione artificiale (art. 28 PMPF). In taluni casi si può preferire la semina poiché meno costosa dell'impianto, tuttavia con maggiori rischi. Uno è la presenza di roditori che si cibano dei semi. La semina viene usata meno dell'impianto perché richiede buone condizioni ambientali che favoriscono la rapida germogliazione . La buona qualità del seme è una condizione fondamentale per l'esito soddisfacente della semina. Essa deve essere preferita se si impiega una specie con radice fittonante che renderebbe molto difficile l'impiego di piantine sviluppate. La semina, in casi particolari può essere fatta direttamente, senza lavorazioni consistenti sul terreno, coprendo eventualmente il seme dopo averlo sparso. Questo procedimento può essere adottato in condizioni particolari come la limitata copertura arbustiva e il terreno relativamente leggero e ricco di humus. Talvolta si può addirittura seminare direttamente, anche a spaglio, sulla neve. Comunque meno si fanno lavorazioni e maggiore deve essere la quantità di seme usata e quindi i costi possono anche salire fino a sconsigliare questo modo di operare.

Nella maggioranza dei casi, invece, conviene preparare il terreno con lavorazioni, o su tutta la superficie (quando si è in piano e si può lavorare con macchine) o solo su porzioni di esso.

Se le condizioni lo permettono si possono fare, con l'aratro, delle strisce in cui seminare. Però molto sovente, sia per l'orografia sia per la vegetazione spontanea, che si deve lasciare, non si può passare con macchine. Conviene allora lavorare su piccole buche in cui mettere i semi operando necessariamente con attrezzi manuali.

La quantità di seme da usare può variare anche molto in funzione della sua dimensione e della densità che si vuole ottenere, considerando anche la frazione che non nascerà, da prevedere in funzione delle difficoltà stazionali. Per le principali specie che possono essere seminate nella Provincia di Savona possono essere usate le seguenti quantità: castagno 700 kg/ha, Carpino 50 kg/ha, frassino 50 kg/ha, pino d'Aleppo 15 kg/ha, querce 600 kg/ha. La profondità alla quale interrare il seme varia con la sua dimensione e di solito deve essere compresa tra 1 e 5 cm.

L'epoca per fare le operazioni varia; infatti se c'è pericolo di roditori è bene ridurre al massimo la permanenza del seme prima della germinazione e quindi si preferisce la primavera. I semi comunque possono essere trattati con composti repellenti per i roditori, ottenendo discreti risultati.

Se per contro si usano semi che si conservano difficilmente (come quelli del faggio che contengono grassi che irrancidiscono velocemente facendo perdere la facoltà germinativa), o richiedono un lungo periodo per germinare è inevitabile seminare in autunno.

Più spesso si preferisce l'impianto. I n tale caso si possono usare delle piantine appositamente coltivate nei vivai . I n queste strutture si coltivano le specie più idonee alle condizioni della zona. L'importanza di ottenere materiale di propagazione valido è stata sottolineata da apposita normativa statale (Legge 269/73) e ribadita dalle PMPF (art. 22) in vigore in tutta la Liguria.

Per le varie specie, si acquisisce il seme da strutture specializzate o raccogliendolo in boschi di particolare valore. Essi sono stati individuati per soddisfare la necessità di reperire semi di elevata qualità. Oggi, su tutto il territorio italiano, sono stati individuati con queste finalità 132 "boschi da seme". Di essi sono a disposizione le descrizioni dei caratteri ecologici, già molto importanti per le finalità vivaistiche anche se ulteriori studi per caratterizzare meglio questi particolari boschi potrebbero essere assai utili.

Applicando le regole della tecnica vivaistica vengono prodotte le piantine che, a seconda della specie, possono essere destinate all'impianto avendo raggiunto un certo accrescimento. Dopo la semina in apposite aiuole, alcune specie sono pronte in 1-3 anni e vengono indicate in questo caso con il nome di semenzali: dopo 1 anno il pino d'Aleppo, 2 o 3 il faggio, 3 o più il castagno. Altre specie danno migliori risultati se trapiantate in vivaio. L'operazione facilita la formazione di un apparato radicale raccolto e capace di sopportare facilmente i traumi della collocazione a dimora, che sono tanto maggiori quanto più le radici e il capillizio radicale sono espanse e quindi danneggiabili. Le piantine, così prodotte sono dette trapianti, e sono estratte dal terreno e preparate in fascetti a radice nuda. Subito dopo l'estrazione devono essere difese dalla disidratazione, sia coprendole con terra o sabbia umida sia conservandole in celle frigorifere. Per il trasporto sul luogo dell'impianto non sorgono problemi, ancorché l'apparato radicale sia nudo, alla condizione che sia coperto dai raggi solari e dal vento Sul luogo dell'impianto dovranno essere messe a dimora il più presto possibile e in caso di impedimento potranno anche conservarsi se collocate in "tagliola", cioè poste in un fossetto coprendo di terra le radici.

Per affrontare condizioni difficili le piantine possono essere preparate in "pane di terra", cioè confezionando le radici con terriccio. In tale caso la possibilità di attecchimento è più elevata, ma il trasporto diviene più impegnativo e costoso rispetto alle piante a radice nuda. Queste solitamente sono preparate in mazzetti di 50, hanno peso limitato, altezza di alcuni decimetri e sono facilmente trasportabili sia con i più comuni automezzi sia a piedi fino sul luogo dell'impianto. In caso di pane di terra il trasporto diviene più impegnativo e costoso . Nei vivai vengono anche prodotte piantine in contenitori (in torba, in carta) che vengono interrati con le radici che contengono, poiché sono degradabili. Anche in questo caso vi sono vantaggi in termini di attecchimento ma bisogna affrontare maggiori costi per la produzione e per il trasporto.

L'impianto si fa preparando una buca di dimensione proporzionale all'apparato radicale, e mediamente delle dimensioni di un cubo di 40 cm di lato. Le radici verranno collocate su uno strato di terra smossa ed allargate tenendo presente che tanto più la pianta è sviluppata e tanto maggiori sono le possibilità di danneggiarla . Si ricoprirà con terra fino al colletto, cioè alla separazione tra il fusto e le radici. Relativamente all'epoca di impianto l'autunno può essere preferibile rispetto alla primavera poiché, specialmente con Conifere mediterranee, vi è più tempo per sviluppare l'apparato radicale prima della stagione siccitosa dell'estate seguente. Inoltre in primavera può avvenire un decorso stagionale caldo che, anticipando il risveglio vegetativo, renderebbe difficile l'attecchimento. L'impianto primaverile è da preferire solo per le specie che in inverno non emettono radici.

La densità di impianto deve essere tale da garantire la copertura completa del terreno dopo pochi anni. Può essere seguito il criterio di impiegare molte piante, prevedendo di non sostituire quelle che seccano, oppure piantarne meno ma in seguito rimpiazzare le fallanze. L'operazione viene detta risarcimento. La scelta è soprattutto influenzata dai costi; oggi si preferisce una densità attorno a 1500 piante/ha. Questo valore, più contenuto rispetto al passato, varia però molto in funzione della specie.

Nei 2 o 3 anni successivi all'impianto, dopo averne constatato gli esiti si può procedere al risarcimento, intervenendo in misura proporzionale alla densità iniziale di impianto e alla percentuale di piante che non hanno avuto successo.

Dal momento in cui gli alberi si insediano (sia derivati da seme sia da impianto) fino alla maturità sono caratterizzati da continuo accrescimento. Essi tendono ad assumere la posizione che loro permette il massimo sfruttamento dello spazio sia per estendere l'apparato radicale, sia per espandere la chioma e ricevere la radiazione solare.

Durante l'evoluzione il soprassuolo attraversa vari stadi che possono essere distinti per le loro caratteristiche.

I differenti stadi possono essere raggiunti ad età differenti per le numerose variabili che influenzano la crescita degli alberi (origine dei soprassuoli, specie, condizioni dell'ambiente) e in ognuno i rapporti tra gli individui cambiano e quindi è necessario adottare di volta in volta interventi differenti.

Dopo l'impianto, o la nascita dei semi, la prima fase evolutiva è detta "novelleto"; le piante sono piccole, molto giovani, con chioma che avvolge tutto il tronco soprattutto perché la luce arriva oltre che dall'alto anche dai lati e la concorrenza delle piante laterali non è ancora forte essendoci spazio tra gli individui. Può esserci la concorrenza con la vegetazione erbacea soprattutto nei primi anni. Col procedere dell'accrescimento le chiome vengono a contatto tra loro ed inizia la fase detta "forteto". La concorrenza tra le piante diviene molto elevata ed inizia una selezione poiché quelle capaci di dominare si espandono sempre più sfruttando al meglio la radiazione solare contemporaneamente ombreggiando, in misura via via crescente, quelle stentate e di accrescimento più lento. Evidentemente in questa situazione vi è una mortalità elevata. Con l'accrescimento, le chiome degli alberi più sviluppati tendono ad occupare la parte più alta, mentre in basso lo spazio è occupato dai tronchi che tendono a spogliarsi della chioma per il disseccamento dei rami. Proseguendo l'accrescimento si ha la "perticaia" in cui la chioma degli alberi capaci di dominare tende a portarsi ancora più in alto; si formano così due piani dei quali uno viene occupato del soprassuolo dominate e un'altro da quello dominato. In seguito gli accrescimenti, sia di altezza sia di diametro, tendono a diminuire e si entra nella fase di "fustaia" in cui le chiome sono sempre più in alto e la mortalità è assai contenuta.

Cure colturali

Nel novelleto, dopo i risarcimenti, possono essere praticate delle cure dette "ripuliture" con lo scopo di eliminare, o almeno contenere, la concorrenza delle specie erbacee ed arbustive nei confronti delle giovani piantine cui si vuole assicurare un futuro. Il termine ripulitura è spesso usato erroneamente con il significato di sfollo che invece consiste nell'eliminare la densità eccessiva e viene praticato nei novelleti nei primi 3-4 anni di età.

In seguito, durante successive fasi evolutive del bosco, il selvicoltore elimina con appositi tagli, detti "intercalari", gli individui che ritiene di ostacolo allo sviluppo di altri giudicati più promettenti. I prodotti ricavabili normalmente sono privi di valore commerciale, quindi queste operazioni sono passive dal punto di vista finanziario. Per questo motivo talvolta vengono trascurate con pregiudizio per il futuro accrescimento del bosco.

Per ridurre i costi, si è affermato il criterio delle linee di coltura. Si procede, specialmente nei querceti, lungo un sentiero di 2 m di larghezza, troncando con attrezzo manuale da taglio, le piante di cattive caratteristiche e di specie differente a quella che si desidera. Lavorando su sentieri paralleli tra loro e distanti 7-8 m si interviene sufficientemente sull'area per garantire la densità che il bosco dovrà avere a maturità (per le querce 200/ha). Non si interviene sull'area tra un sentiero e l'altro.

I diradamenti che si fanno via via, con il procedere dell'età del bosco hanno l'obiettivo di regolare la stabilità, assicurando la possibilità alla chioma di crescere lungo tutto il fusto, di eliminare le piante difettose e regolare la proporzione tra le differenti specie. Per l'importanza dei diradamenti, le PMPF, valide perla Provincia di Savona, stabiliscono che solo quelli per eliminare le piante dominate e deperienti sono consentiti senza autorizzazione. Quest'ultima, invece, è necessaria per gli interventi di maggiore intensità (art. 26). Poiché gli obiettivi dei diradamenti si possono raggiungere in modi diversi a seconda delle esigenze delle specie, dell'ambiente, del mercato e di altri fattori ancora, è maturata una notevole esperienza relativa a vari procedimenti operativi. Infatti, si possono fare i diradamenti togliendo solo le piante sottomesse (detti dal basso) e lasciando quelle del piano dominante. Oppure favorire, dando spazio, gli individui migliori del piano dominante con interventi detti dall'alto. In ambedue i casi il selvicoltore deve decidere la quantità di massa legnosa da eliminare (grado del diradamento) in funzione soprattutto delle esigenze di luce della specie arborea.

Il diradamento inoltre, potrà iniziare in tempi diversi nell'ambito del ciclo evolutivo del soprassuolo. Quanto prima avviene, tanto maggiore è la possibilità di regolare la concorrenza tra gli individui e di favorire quelli migliori; per contro se si interviene tardi è la mortalità naturale a prendere il sopravvento. La scelta è anche funzione della spesa che si può sostenere poiché, specialmente nelle fasi giovanili, i prodotti legnosi ottenuti non hanno mercato. Inoltre si deve considerare la frequenza che dovrebbe, almeno in teoria, essere scandita dall'accrescimento del soprassuolo. I diradamenti hanno effetti vari sulla copertura e sull'ambiente in funzione degli aspetti descritti.

Governo e trattamento

Gli alberi possono rinnovarsi per via sessuata, cioè originando nuovi individui da seme, oppure per via asessuata cioè da gemme.

Il selvicoltore è vincolato dalle esigenze delle specie e non sempre può scegliere per il così detto "governo" con il quale si può ottenere un bosco che si propaga per seme, detto "fustaia", oppure che si propaga per il ricaccio di gemme dalla base di alberi dopo il taglio, detto "cedue)".

Nell'ambito delle due forme di governo, siano invece più ampie le possibilità di scelta degli interventi per regolare l'evoluzione e la rinnovazione, che nel loro insieme prendono il nome di "trattamento".

Esso può originare boschi coetanei, in cui tutti gli individui hanno pressapoco la stessa età, oppure disetanei in cui, al contrario, dovrebbero essere rappresentate tutte le età, dalla più giovane alla più vecchia.

La fustaia, sarà naturale se originata dai semi prodotti delle piante madri e nati sul posto. Sarà artificiale se i semi che la originano sono prodotti in altri luoghi e seminati o coltivati piantando poi le giovani piantine.

Il ceduo è formato da alberi, detti polloni, derivati da gemme che si sviluppano dalla ceppaia dopo il taglio. I polloni sono più veloci nell'accrescersi ma meno longevi degli alberi della fustaia.

Può esserci anche una forma mista di governo detta ceduo composto in cui coesistono la fustaia e il ceduo. Di questo si tratterà nella parte applicativa della gestione forestale nel capitolo dell'assestamento.

Per regolare la composizione, la densità e perpetuare la fustaia si interviene con trattamenti che possono formare un soprassuolo coetaneo o disetaneo. La prima situazione si ottiene con il taglio raso e con i tagli successivi mentre la seconda con il taglio saltuario. Questi differenti tagli sono brevemente descritti.

Il taglio raso si attua abbattendo contemporaneamente tutte le piante, alla loro maturità su una determinata superficie. Le nuove piante nasceranno dai semi caduti prima dell'abbattimento o prodotti dalle piante al bordo del taglio e si svilupperanno sul terreno lasciato libero dalle piante madri. Se la rinnovazione non avvenisse naturalmente sarebbe necessario ricorrere a quella artificiale . Il taglio raso offre vantaggi economici poiché permette di trarre grandi masse di legname per unità di area e quindi di fare rendere al meglio il cantiere di utilizzazione forestale. Vi sono però anche degli aspetti negativi. In modo particolare il terreno rimane scoperto, quindi non più protetto dall'azione erosiva della pioggia. Anche dal punto di vista paesaggistico si presenta negativamente poiché può aprire zone denudate, tuttavia questo aspetto può essere contenuto lavorando su piccole superfici e con l'avvertenza di rendere scalari gli interventi. In questo modo il soprassuolo assume una connotazione varia per la presenza di vari stadi di sviluppo che sono utili sia dal punto di vista biologico sia da quello estetico. Per questi motivi le PMPF (art. 27) stabiliscono che il taglio raso non si possa fare su superfici di oltre 2000 mq e che tra le tagliate vi siano almeno 50 m; per una distanza inferiore dovranno essere trascorsi almeno 20 anni dal taglio precedente.

I tagli successivi realizzano, come il taglio raso, un soprassuolo coetaneo ma sono eseguiti in modo da stimolare la rinnovazione contemporaneamente alla presenza del soprassuolo maturo. Nei popolamenti molto densi possono essere preceduti da un taglio di preparazione che ha lo scopo di diminuire gradualmente la densità. Avvengono in tappe successive (da cui il nome) delle quali, la prima detta di sementazione, si concretizza con l'asportazione di una parte degli alberi maturi permettendo a quelli che rimangono di espandere la chioma ed iniziare la fruttificazione che si vorrebbe abbondante. La massa asportata può variare molto secondo le specie e le condizioni del bosco, tuttavia le PMPF (art. n. 29) stabiliscono la quantità minima di alberi (espressa in mc) per ha da lasciare comunque in dotazione al bosco per le principali specie forestali. Contemporaneamente, l'eliminazione di una parte del soprassuolo aumenta le condizioni di illuminazione al terreno, predisponendo le condizioni per lo sviluppo delle piantine nate da seme. La scelta del momento nel ciclo evolutivo del bosco in cui fare il taglio non ha regole precise e deve essere in funzione delle condizioni locali. Tuttavia, sarebbe opportuno se potesse avvenire in un anno di fruttificazione abbondante, poiché potrebbe anche seguire un periodo di scarsa produzione di semi con altrettanto scarsa possibilità di nascita di piantine nuove. Una seconda tappa consiste nel cosiddetto taglio secondario (possono anche essere due) che ha lo scopo di eliminare una ulteriore frazione di piante adulte permettendo una progressiva illuminazione della rinnovazione.

La terza tappa (taglio di sgombero) consiste nell'eliminazione definitiva di tutte le piante adulte.

Gli interventi descritti avvengono durante un periodo di anni, detto periodo di rinnovazione, e con intensità variabile secondo le condizioni e le esigenze delle specie presenti.

I tagli successivi sono definiti uniformi quando si realizzano le tappe descritte in precedenza, su tutta la superficie del bosco. Si definiscono graduali quando interessano solo una porzione del soprassuolo da rinnovare; quindi la sostituzione totale del soprassuolo avviene gradualmente nel tempo.

Lo schema dei tagli successivi si può applicare alla condizione che siano stati realizzati gli interventi Selvi colturali come i diradamenti, descritti in precedenza. L'ultimo diradamento potrebbe essere inteso come una sorta di taglio di preparazione per le operazioni che seguiranno. Solo così vi sono le condizioni ideali per la fruttificazione delle piante adulte. La fustaia può anche essere disetanea se trattata con il taglio saltuario (detto anche a scelta). Consiste nel tagliare solo le piante che via via raggiungono la maturazione lasciando contemporaneamente spazio alle altre più giovani. Questo trattamento è poco diffuso in Provincia di Savona.

Se il soprassuolo viene governato a ceduo può essere sia coetaneo sia disetaneo. Tuttavia il coetaneo è decisamente più diffuso. In ambedue i casi le ceppaie che rimangono dopo il taglio, originano polloni che riformano il soprassuolo. Ciò può avvenire più volte prima che la capacità di ricacciare diminuisca, pur con le variazioni caratteristiche della specie.

Il ceduo coetaneo origina da un taglio raso con il quale si possono eliminare tutte le piante se la specie è in grado di produrre molti polloni radicali. Se invece questi sono scarsi devono essere lasciate delle piante nate da seme, dette matricine, per potere poi sostituire, dopo essere state tagliate a loro volta, le ceppaie esaurite.

Il numero di matricine da lasciare per ha è regolamentata. Le PMPF (art. 37) della Regione Liguria prevedono 60 matricine per ha da aumentare di 20 ogni turno fino a raggiungere le 140 per ha. Nel ceduo di faggio devono esserne lasciate 60 al primo taglio per poi aumentarle di 70 al turno successivo.

Su questi valori si trovano indicazioni differenti nella letteratura forestale, infatti si sostiene che 30 matricine per ha possano essere sufficienti. Si pensa anche che un numero elevato possa ombreggiare e causare concorrenza radicale ai polloni che in tale situazione potrebbero crescere meno. Altri sostengono invece che proprio un elevato numero con il suo ombreggiamento è utile. Nonostante differenti interpretazioni, il numero delle matricine rilasciate in pratica, è più elevato di quello suggerito. I valori applicati in Liguria da un lato potrebbero essere considerati elevati per il ceduo matricinato e scarsi per passare dal ceduo alla fustaia con la conversione (della cui parte applicativa si tratterà nel capitolo dell'assestamento). Si deve però considerare che questi valori sono stati previsti per adeguarsi ai dettami del Piano Territoriale di Coordinamento Paesistico. Il ceduo può essere disetaneo se sulla stessa ceppaia sono contemporaneamente presenti polloni di diverse età. Questo in teoria si realizza tagliando i polloni che hanno raggiunto una determinata età. Nella pratica però è assai difficile distinguere i polloni in funzione dell'età e quindi si adotta il criterio della dimensione, stabilendo un diametro minimo sotto il quale non si taglia . Questo ceduo, detto a sterzo, presenta il vantaggio di non lasciare il terreno scoperto come accade nel coetaneo; per contro però si realizza solo con operatori esperti ed è assai oneroso. Non è impiegato nella Provincia di Savona.

La scelta della forma di governo consegue a numerose considerazioni: la specie, le esigenze sociali, il mercato ed altre ancora.

Talvolta si può ritenere opportuno variare la forma di governo; questa operazione si definisce conversione. Con essa si può passare dalla fustaia al ceduo oppure dal ceduo alla fustaia. Il primo caso è vietato dalle PMPF (art. 2) senza l'autorizzazione dell' Ispettorato ripartimentale delle foreste. Il secondo caso può essere seguito dando però comunicazione all'Ispettorato suddetto (ari . 41). Le disposizioni mirano a privilegiare le attività Selvi colturali che portano ad ottenere fustaie. Tuttavia, per fare la conversione devono essere verificati alcuni presupposti: l'età minima deve avere superato i 25 anni e si devono lasciare a dotazione del bosco per formare la fustaia almeno 600 piante per ha. Per i cedui di faggio vi sono valori più elevati. Inoltre le norme impongono che i cedui sui quali si fa la conversione siano considerati boschi d'alto fusto. Nell'economia generale della gestione delle foreste si devono valutare attentamente i presupposti per la conversione poiché se essi vengono a mancare si va incontro ad un sicuro insuccesso.

Selvicoltura dei principali boschi della Provincia

Si esaminano ora i boschi più diffusi della Provincia di Savona descrivendo gli interventi Selvi colturali per la loro gestione ottimale.

Si fa riferimento soprattutto ai boschi formati, solo o prevalentemente, da una specie. Questa scelta è stata fatta per semplificare la trattazione. Infatti, la gestione di boschi formati da più specie, che coabitano sulla stessa area, risulta più complessa per le numerose interazioni tra le specie stesse.

Si descrivono dapprima le latifoglie poi le conifere, seguendo rispettivamente l'ordine decrescente della superficie sulla quale si estendono.

Latifoglie

Castagneti

I castagneti sono assai diffusi in Provincia di Savona, soprattutto nella valle Bormida, poiché favoriti dall'uomo sia come fustaie per ottenere frutto sia come ceduo.

Il castagneto da frutto dell'alta Valle Bormida e del Sassellese era caratterizzato da varietà rustiche e con frutti piccoli . Raramente nella Provincia si sono coltivati i "Marroni" dei quali, per questa zona, gli specialisti fanno rare citazioni. Di alcuni vecchi esemplari presso le borgate si ha memoria da testimonianze di locali, tuttavia la massima diffusione è delle varietà con pezzatura minore ed adatte all'essicamento per la produzione delle "castagne bianche" . Particolarmente diffuse sono alcune cultivar molto rappresentate nell'area del cuneese. Le "Gabbane" sono di pezzatura piccola e richiedono ambienti protetti e di quota relativamente bassa; per contro sono le migliori per l'essicazione e hanno produzione abbondante. Le "Sasselle" hanno il frutto allungato, piccolo, leggero e molto adatto all'essicazione. Le "Pruse" hanno frutto assai peloso e poco adatto all'essicamento, poiché la cuticola interna tende ad aderire al frutto, ma presentano il vantaggio della rusticità che consente l'impiego di questa cultivar anche in zone meno fertili.

Il castagneto da frutto, per la difficoltà ad impiantare il castagno, può originare più convenientemente da un popolamento di polloni diradati fino a 150-200 individui per ha ed innestati.Poiché questa operazione comporta una mortalità il numero di partenza è più elevato delle 100-140 piante per ha che rappresentano la densità valida. Le cure consistono nel potare e sostituire alberi deperienti.

Il prodotto in frutti, a regime, può aggirarsi attorno ai 30 q per ha e in funzione delle cure ricevute può aumentare ma anche diminuire molto.

I cedui si possono ottenere dai polloni che di solito sono vigorosi. Le ceppaie che li originano, possono essere fino a 200 per ha.

L'accrescimento dei polloni nei primi anni dopo il taglio è assai veloce e in questa fase si ha una selezione in cui emergono gli individui migliori. I turni del ceduo di castagno possono variare anche molto poiché il soprassuolo può essere finalizzato a trarre differenti assortimenti legnosi, tuttavia di solito sono compresi tra 15 e 20 anni. In passato era assai apprezzata la paleria, per linee elettriche e telefoniche, oggi non più richiesta.

Può essere previsto il rilascio di matricine che però possono essere in numero più limitato rispetto a quelle necessarie ad altre specie. Infatti dopo il taglio si rigenera in parte l'apparato radicale e quindi la vitalità delle ceppaie è elevata. Inoltre gli stessi polloni possono produrre seme. L'accrescimento annuo supera facilmente i 10 mc per ha; rispetto all'Appennino delle regioni centrali è basso, ma in confronto alle altre latifoglie della Provincia è considerevole.

Il legname prodotto è quindi abbondante, tuttavia vi è il difetto della cipollatura. Con questo termine si intende un distacco tra due anelli annui. Può accadere che il distacco avvenga lungo tutto il perimetro di un anello e quindi quando un fusto viene abbattuto si può avere una parte esterna che ne contiene una interna non collegata, come se fosse un palo infilato nel tronco (difetto del palo). Sull'origine del difetto, che nel castagno (più spesso che in altre specie) deprezza il legname, vi sono molte ipotesi e sono in corso apposite ricerche però, allo stato delle conoscenze, non si sa come limitarlo.

Faggete

Il faggio può essere governato sia a fustaia, sia a ceduo.

Per ottenere un bosco di faggio si può fare la semina o preferibilmente mettere a dimora semenzali o trapianti. La densità di impianto deve essere elevata (10000 piante /ha) imitando così la struttura del novelleto naturale e per contenere possibilmente la tendenza a divenire cespuglioso. L'impianto può essere fatto allo scoperto solo dove non si temano siccità estiva e gelo. Infatti l'apparato radicale non è profondo e si estende solo nell'area ombreggiata dalla chioma. Inoltre i semenzali sono danneggiati a -2°C anche se l'albero adulto tollera fino a -25°C. Poiché nella parte montana della Provincia di Savona non sono rare temperature rigide diviene necessario fare l'impianto sotto copertura arborea possibilmente moderata.

Devono essere fatti poi gli sfollamenti. Seguiranno i diradamenti precoci e frequenti che, avvicinandosi alla culminazione dell'accrescimento in altezza (attorno ai 40 anni), possono divenire più intensi se si vuole favorire l'accrescimento di diametro.

Facendo i diradamenti necessari, la densità della copertura al momento dei tagli mediamente è di 500 piante/ha; se invece i diradamenti non vengono fatti, la perticaia di faggio pur riducendosi progressivamente, arriva fino ad 80- 100 anni con circa 2000 piante/ha.

Per ottenere una faggeta coetanea si praticano i tagli successivi che possono iniziare normalmente, se sono stati fatti i diradamenti, attorno ai 100 anni pur con variazioni apprezzabili in funzione delle condizioni ambientali. Se i diradamenti non sono stati eseguiti, circa 20 anni prima del taglio di cementazione si deve fare un taglio di preparazione con lo scopo di eliminare parte della copertura senza però provocare la rinnovazione che risulterebbe anticipata.

Successivamente, se la densità è buona, con il taglio di cementazione si asporta dal 25 al 30% della biomassa. Se la copertura è più rada, se ne deve tenere conto realizzando un taglio più leggero. L'obiettivo è realizzare condizioni ottimali di sviluppo per le piante di migliori caratteristiche. Ciò è relativamente facile dove i diradamenti hanno isolato gli individui destinati a costituire il bosco di avvenire, da un soprassuolo accessorio che deve essere eliminato. La copertura è comunque sempre elevata. Per questo motivo, normalmente, non si verificano invasioni di altre specie quindi anche se il taglio non si fa in corrispondenza di abbondanti produzioni di seme non vi sono rischi per la rinnovazione che potrà comunque affermarsi in seguito.

Quando si ritiene che le piante nate da seme siano affermate, si inizia con i tagli secondari che in passato venivano più dilazionati rispetto ad oggi, nella convinzione che fosse utile mantenere l'ombreggiamento alla rinnovazione. Di solito nel periodo di 10 anni dal taglio di cementazione si fa il successivo taglio secondario, eliminando dal 30 al 40% della biomassa, e il taglio di sgombero.

Quanto descritto è relativo ai tagli successivi uniformi; essi però possono anche realizzati a gruppi. In questo caso il bosco viene percorso ogni 10-15 anni e per ogni gruppo si praticano i tagli di preparazione (se necessario), di sementazione, secondario e di sgombero, distribuiti in funzione delle caratteristiche ambientali e della copertura. I tagli successivi a gruppi offrono vantaggi di carattere paesaggistico.

Il faggio può anche essere governato a ceduo. Questo però non è confacente alla biologia della specie; infatti la capacità di rigenerazione è limitata rispetto a molte altre latifoglie. Il ceduo è comunque diffuso prevalentemente per la legna da ardere. Poiché il faggio emette dei buoni polloni solo se è tagliato giovane, è opportuno rispettare turni di circa 20 anni. Con turni più brevi si avrebbe un migliore ricaccio ma anche un esaurimento veloce delle ceppaie e una maggiore esposizione del terreno nudo all'erosione delle piogge.

Con tagli in posizione più elevata rispetto alla base del tronco si ha la migliore possibilità di ricaccio dei polloni. Perciò, spesso, ad ogni turno si fa il taglio in posizione più elevata del precedente. Questa pratica, applicata nel tempo, conferisce alle ceppaie forme assai tormentate che possono essere apprezzate dal punto di vista estetico. Comunque si ritiene di sconsigliare questa pratica.

Querceti

I querceti della Provincia sono prevalentemente formati da rovere, roverella e cerro. Per ottenere un querceto si preferisce la semina a causa della radice fittonante che rende difficoltoso l'impianto. Essa, possibilmente, si realizza in autunno per evitare la conservazione del seme fino alla primavera successiva . Si possono anche usare trapianti prodotti nei vivai, adottando una densità di circa 2000 piante per ha. Devono seguire le ripuliture e gli sfollamenti che si possono realizzare con il criterio delle linee di coltura di cui si è fatto cenno in precedenza.

Se si vogliono fustaie da cui ottenere prodotti di elevata qualità si può adottare il trattamento a tagli successivi. Ai tagli si deve arrivare dopo i diradamenti, che possono essere fatti individuando delle piante di avvenire, circondate da altre che hanno lo scopo prevalente di costringerle, con il loro ombreggiamento a svilupparsi in alto e formare un fusto diritto e con pochi nodi. Si ottengono così fusti di alto valore tecnologico. Per questo scopo è bene che fino ad 80 anni la copertura sia densa e solo a questa età si comincino i diradamenti finalizzati a spaziare la chioma. In seguito, e fino a 150 anni, i diradamenti hanno lo scopo di isolare le piante che arriveranno a fine ciclo e che stanno maturando caratteri tecnologici validi. Il taglio di sementazione eliminerà il 30% della massa, i tagli secondari saranno leggeri e con successione stabilita in funzione della rinnovazione . Lo sgombero avverrà appena possibile e tutto il periodo in cui si protraggono i tagli (periodo di rinnovazione) potrà essere compreso tra 10 e 20 anni.

I cedui sono assai diffusi e sono condotti con turno di 20 o più anni. Possono essere semplici o matricinati. Le matricine devono essere scelte tra gli individui nati da seme che però sono rari e quindi si scelgono anche tra i polloni più vigorosi.

Per il cerro e la roverella che non danno assortimenti pregiati si preferisce il ceduo per il legname da ardere; le conversioni non hanno interesse per i privati.

Conifere

Pino marittimo

Per realizzare boschi di pino marittimo si preferisce la semina poiché l'apparato radicale, caratterizzato da un lungo fittone e grosse branche principali oblique che si sviluppano molto già nelle prime fasi di accrescimento, rende difficile la messa a dimora di piantine. In alcuni casi; come in forte presenza di roditori che si cibano del seme, è preferibile ricorrere all'impianto usando semenzali di 2 anni. Possono anche essere usati i trapianti preferibilmente con il pane di terra.

E' opportuno che nei primi anni siano fatti gli sfollamenti per assicurare che il fusto si sviluppi in diametro, diritto e la chioma sia espansa in modo corretto.

Si ritiene che a 4-5 anni non debbano esserci più di 8000 piante per ha. Se la densità è eccessiva, anche l'accrescimento in altezza avviene in modo eccessivo rispetto a quello in diametro; l'albero si presenta alto ed esile. Ciò è indicato dal rapporto tra l'altezza della pianta e il suo diametro misurato ad m 1,30 da terra, detto rapporto di snellezza. Se questo è sfavorevole, è assai probabile che il vento causi degli schianti. Per il pino marittimo, più degli altri pini diffusi nella Provincia, gli schianti si verificano facilmente. Infatti, il rapporto ali snellezza deve scendere sotto 70 per potere verosimilmente escludere gli schianti, per altre specie è sufficiente un valore inferiore a 100.

Quando i popolamenti sono molto densi i fusti sono sottili e la chioma poco sviluppata, quindi gli sfollamenti devono essere graduali e ripetuti 3-4 volte fino ad ottenere circa 1000 piante per ha a 15 anni. In caso contrario la stabilità del popolamento sarebbe precaria, sia per i possibili schianti sia per la facilità delle piante troppo snelle ad incurvarsi. Normalmente si devono ottenere 800 piante per ha a 25 anni e 400 a 45 anni: dopo questa età i diradamenti possono cessare. Poiché l'accrescimento è rapido e l'invecchiamento precoce, è opportuno applicare turni attorno agli 80 anni o talvolta più brevi. Raggiunta questa età si può intervenire con il taglio raso a buche ottenendo normalmente, buona rinnovazione che deriva sia dal seme caduto prima dell'intervento sia da quello apportato con l'abbattimento degli alberi. Se si hanno dubbi sull'affermazione della rinnovazione si possono rilasciare piante portaseme. Si può prevedere il taglio raso a strisce che dal punto di vista paesaggistico è meno valido del precedente perché non conferisce alla copertura boscata un'aspetto variabile su piccole aree.

Dove si ritiene necessario proteggere inizialmente il novellame o mantenere un parziale ombreggiamento per ridurre lo sviluppo della copertura eliofila cespugliosa che aggraverebbe il pericolo di incendio si può ricorrere ai tagli successivi. In questo caso il taglio di cementazione deve essere assai energico asportando fino al 75% della massa. Tralasciando i tagli secondari si passa al taglio di sgombero dopo pochi anni poiché la rinnovazione cresce velocemente e si avvantaggia dall'essere liberata dagli alberi adulti.

Potrebbe anche essere previsto il taglio saltuario, un tempo praticato nella Provincia con un periodo di curazione di circa 15 anni, tuttavia si ritiene che siano migliori le modalità descritte in precedenza.

Pino silvestre

Per realizzare un bosco di pino silvestre si può procedere sia con la semina sia con l'impianto. In ambedue i casi dopo l'operazione è opportuno sostituire gli individui morti per i più vari motivi, con un risarcimento.

L'impianto può avvenire usando piantine prodotte in vivaio siano esse semenzali di 1 o 2 anni oppure trapianti di 2 o 3 anni.

Con la semina si interrano i semi solo di pochi millimetri. La densità iniziale deve essere molto elevata (fino a 100 mila per ettaro) poiché i risultati sono spesso incerti. Quindi è necessario provvedere assai tempestivamente agli sfollamenti per impedire che le piante, troppo numerose, si facciano concorrenza reciprocamente.

Gli sfollamenti devono essere fatti anche nel caso in cui alla semina si preferisca l'impianto e in modo particolare mettendo a dimora le piantine a ciuffi. In tale caso si deve intervenire con criteri selettivi, eliminando cioè gli individui che dimostrano accrescimento stentato. Gli sfollamenti, così come le ripuliture, devono essere fatti precocemente. Fino a circa 30 anni, anche se la specie è eliofila, può dare popolamenti anche molto densi. In questo caso eventuali fronti di fiamma potrebbero propagarsi con potenza molto elevata, e vi sarebbero difficoltà per l'estinzione sia per la grande quantità di calore emanata sia per la difficoltà di transitare, anche a piedi, nella vegetazione assai fitta. Inoltre, anche indipendentemente dal fuoco, che sarebbe distruttivo, la densità elevata provocherebbe fusti filati. Questi sono caratteristici di alberi che, non potendo soddisfare le esigenze di illuminazione a causa della presenza di altri individui concorrenti troppo vicini, tendono a sviluppare la chioma solo nella parte alta. In tale modo l'accrescimento in altezza avviene in modo eccessivo rispetto a quello in diametro e l'albero si presenta alto ed esile . Il rapporto di snellezza diviene sfavorevole e quindi è assai probabile che il vento causi degli schianti. Essi possono essere conseguenti anche alla neve che, anche alle quote più elevate della Provincia, è sovente pesante. Comunque il pino silvestre teme maggiormente la neve rispetto al vento perché dotato di apparato radicale robusto. Quando tutti gli individui del bosco sono cresciuti filati difficilmente la copertura ha un futuro poiché è molto instabile. Inoltre se alcuni alberi vengono danneggiati o cadono, quelli vicini rimasti in piedi avranno maggiori probabilità di essere danneggiati in futuro; infatti quando nella copertura si aprono delle soluzioni di continuità il vento non subisce più il rallentamento che aveva in precedenza e colpisce ancora più violentemente gli individui rimasti.

Quindi si deve provvedere a fare, sempre a tempo opportuno, i tagli intercalari (che nella fase di novellato o spessina prendono il nome di diradamenti) che possono essere anche assai intensi. Devono essere eliminati tutti gli individui dominati e, comunque, quelli che presentano anomalie di sviluppo nel tronco e nella chioma. In questo diradamento si possono anche togliere alcuni individui del piano dominante, anche se ben formati, con lo scopo di rendere la copertura uniforme; si interviene in questo caso in funzione della densità che si vuole ottenere. Si ritiene che attorno ai 40 anni vi debbano essere 4000-5000 piante per ha, mentre a 60 anni debbano essere tra 1000 e 1400. Si ritiene che a 80 anni il numero di piante non debba superare le 600/800 per ha.

L'accrescimento nelle fasi giovanili è veloce e a 70-80 anni può essere iniziato il taglio. Turni più lunghi possono essere presi in considerazione solo dove vi sono condizioni favorevoli allo sviluppo di questa specie e si desidera ottenere legname di alta qualità. In tale caso servono fusti di diametro elevato e quindi è necessario impiegare periodi di tempo maggiori. Nella realtà ambientale della Provincia di Savona il pino silvestre non ha qualità elevata, è spesso contorto e nodoso e quindi può offrire assortimenti di legname da ardere. Può essere seguito il metodo del taglio raso o dei tagli successivi. Il taglio raso può essere fatto a buche del diametro compreso tra 1, 5 e 2 volte l'altezza delle piante. L'area di ogni buca sarà compresa tra 500 e 2000 mq. Il taglio raso può anche essere fatto a strisce che avranno lunghezza variabile a seconda delle condizioni del bosco e larghezza dell'ordine del diametro delle buche . Sulle superfici in cui è avvenuto il taglio, normalmente, si afferma la rinnovazione naturale poiché gli alberi rimasti nella parte non utilizzata, disseminano lateralmente. In qualche caso la rinnovazione stenta ad affermarsi e si dovrebbe intervenire collocando a dimora trapianti provenienti dai vivai.

Il taglio raso ha l'inconveniente di lasciare il terreno scoperto e renderlo, almeno per un periodo di tempo, preda dell'erosione.

Specialmente in pendenza accentuata dove il trasporto solido da parte dell'acqua è maggiore può essere preferibile fare i tagli successivi. In questo caso il taglio di sementazione deve essere energico ed eliminare dal 50 al 70% della massa, a seconda della sua consistenza; ciò è necessario per il carattere eliofilo della specie. Il taglio secondario può seguire a breve scadenza, ma può anche non avvenire per passare al taglio di sgombero che non sarà lontano nel tempo, infatti tutto il periodo di rinnovazione durerà normalmente 5 o 6 anni.

Pino d 'Aleppo

Il governo più adatto per il pino d'Aleppo è quello che realizza popolamenti coetanei.

L'impianto si fa di preferenza con semenzali di 1 o 2 anni da mettere a dimora a ciuffetti. Le piantine crescono velocemente e quindi devono essere tempestivi gli sfollamenti, anche se questa specie sopporta assai bene un'elevata densità nelle fasi iniziali. Devono essere previsti i diradamenti: i primi possibilmente deboli, asportando cioè un limitato numero di piante, per evitare che la chioma tenda ad espandersi troppo. Poiché la maturità è abbastanza precoce e l'incremento diametrico diviene molto lento in età adulta, il turno può aggirarsi attorno a 70 anni.

Procedendo con il taglio raso è opportuno rilasciare fino a 50 piante portaseme per ha. La loro funzione è di garantire la disseminazione anche nei casi in cui può essere difficile. Il rilascio delle piante portaseme è assai importante in zone predisposte ad essere percorse dal fuoco. Infatti, dopo il taglio raso, la rinnovazione si potrebbe affermare in pochi anni. Però le giovani piantine verrebbero uccise dal passaggio di un fronte di fiamma anche di debole potenza. In tale caso, non essendoci più individui adulti capaci di disseminare, non ci sarebbe più rinnovazione dopo il fuoco. Quindi, le piante portaseme che essendo adulte e isolate sono più difficilmente danneggiabili, garantiscono la continuazione della produzione di seme, la nascita di nuove piantine e la perpetuazione del soprassuolo.

Adottando i tagli successivi, partendo da soprassuoli con diametro di almeno 30 cm, si pratica un taglio di cementazione forte eliminando più del 50% della massa. Possono essere evitati i tagli secondari passando direttamente al taglio di sgombero dopo 5-6 anni dal primo taglio di cementazione.

Con questo schema di intervento i tagli successivi hanno una connotazione molto simile a quella del taglio raso con rilascio di portaseme descritto in precedenza.

Può essere anche previsto il trattamento disetaneo realizzando un popolamento formato da gruppi, di età diversa e di diametro circa due volte l'altezza degli alberi. Ogni 10-15 anni si interviene nel bosco tagliando a raso i gruppi che hanno raggiunto la maturità, lasciando eventualmente dei portaseme; contemporaneamente si fanno i diradamenti sugli altri gruppi secondo le esigenze della loro età.