Centocinquantesimo anniversario della nascita di Giuseppe Cesare Abba
G.B. Nicolò Besio
 

Orazione ufficiale

Signor Sindaco, Cittadini Cairesi!

Autorità civili e militari, Rappresentanze, Ascoltatori tutti!

Nell'estrema caducità delle contemporanee vicende terrene (assillate da troppe incurie e leggerezze), su questa "verde valle" (in passato balza politico-militare e oggi terra d'uomini, di lavoro e di industrie a "lungo dramma") in su la fine degli anni '80, in attesa di ciclare una "migliore Europa", da più parti balenano fattivi risvolti del "Risorgimento culturale" bormidasco - una delle più salde "novità" provinciali dei nostri giorni - a premiare capillari fatiche di intelletti qui concordi nell'evocare il 150° della nascita di Giuseppe Cesare Abba garibaldino, educatore, scrittore, Senatore del Regno (4 luglio 1910), Assessore e Sindaco benemerito della Città di Cairo Montenotte.

L' "Elfo dei Mille" matura nell'ottocentesca cuginanza con la vicina "capribarbicornipede" saonina, cospicua di "alter ego" quali Anton Giulio Barriti, Antonio Baglietto, Alessandro e Luigi Corsi, Pietro Giuria, Vittorio Poggi, Agostino Ricci, Giuseppe Saredo, Pietro Sbarbaro, Giacomo Astengo, Bernardo Mattiauda, Paolo Boselli, eloquenti - tutti - per fierezza e dignità nazionale.

Questo Nostro "buon cavaliere d'antica e nuova virtute" (per citare l'Ariosto e dirla con Aldo Capasso), umano, romantico, leale, onesto, generoso, appartato e dolente per le italiche fratture in collisione - che inducono Giovanni Berchet a cantare: "...Da quest'Alpi infino a Scilla è delitto amar la Patria è una colpa il sospirar.. ! " non appare politicante "d'appalto" o fondiglio da "disco-music", ma infonde senso sereno al patriottismo, validamente riproponendosi - malgrado gli scadimenti dell'oggi - ad un riesame critico a partecipi uditorii.

Discreto e umile, l'Abba rivela "sentimento sicuro" ma anche "misteriosa tristezza", facendoci intuire di quanto esaustivo debba essere stato (nei Suoi Comprimari) l'impegno alla "fabbrica" unitaria, portanza per risorte valenze d'un Popolo emotivo, fragile e composito "bazar" peninsulare, "diverso" negli intenti e nei voleri, mai pacificato, "muto" da secoli ma non certo agli "ultimi fuochi".

"Saldare" le "cose dette e vedute" dal limpido Patriota (oggi quasi un Carneade!) alle "moderne" generazioni, potrà apparire vano sospingere.

Gli snodi che lo hanno "giocato" fra i "Protagonisti" e i testimoni, ansie e fremiti suoi sembrano appartenere ad un "retromondo" per molti stantio.

Inquietudini, inerzie, premonizioni, "macchie gialle" in violenze occulte, amor di Patria "a guadagno", "a misura", "a vita" (qui - nella schiera degli Eroi - un nome per tutti: il savonese David Caminati, medaglia d'oro, caduto a S. Martino il 24 giugno 1859) intridono in tempi ritenuti superati, forse incomprensibili!

I successivi travagli della Nazione e le inquietanti latitanze storico-morali-ideali,

possono aver fugato gli aloni d'un positivo "Riscatto".

E tuttavia siamo fieri - qui, oggi - di poter simbolicamente rilanciare questi ormai esili afflati mostratisi capaci - un tempo - di saldamente aggregare fedeli di monarchia e seguaci di repubblica in uno stupefacente "montaggio" volto all'indipendenza e alla Libertà, da custodire sempre al di sopra dei calcoli di parte e di fazione.

Se nella "tetralogia" wagneriana- momento tra i più alti del Romanticismo europeo - non v'è "tregua al vaneggiare" (se non nel verde del Wahnfried di Bayreuth, seducente per le irrefrenabili follie di re Luigi II di Wittelsbach), nella nostrana "trilogia" garibaldina di pregnante taglio ligureveneto (epigoni i "solitari" Abba, Barriti, Nievo), ad ogni riga "accade" Italia, e nel riverbero d'un "mitico" Garibaldi si riconoscono spicchi fecondi d'un'italica vampata non di "bassotti".

Ed è attraverso le "Noterelle" (soltanto poi, auspice Giosue Carducci, si dirà "Da Quarto al Volturno") che l'Abba - credente non clericale, massone, narratore non romanziere (quello "storico" lo affronterà - manzonianamente - nel 1875) - si rassegna immortale ai posteri. Una attenta rilettura è stata propiziata e favorita dall'Edizione Nazionale omnia curata dalla Morcelliana di Brescia.

Prestante, vigoroso, alta la fronte, naso alla drizza, ancora folti ed aerei i capelli già candidi come baffi e moschettiere l'occhio dilatato e penetrante a sgusciar lontani "destini", sono i connotati maturi e salienti d'un Uomo mite e deciso, generosamente vissuto per il "crescere" della Patria.

Raccontatore "moderno" incalzante e vivace, con descrittivo e svecchiato linguaggio, non "disegna" alla dureriana ma non scampa ad amarezze quasi goetiane; di vocazione letteraria, è duraturo "poeta in prosa" (Capasso).

Dolce mai incandescente, pacato mai pirotecnico, gioviale mai sulfureo, solare per ingenuità, non enfatizza ma riflette, non accampa ma osserva, non frastorna "a sensazione" né crea false estasi, è asciutto e si nega alla retorica palpabile, talora, in ispirazione attica. Come l'uomo rinascimentale, evolve se stesso ad essere "padrone del suo destino".

Quanto può si mostra informato e veritiero: mai settario, non ignora le passioni degli animi. Si inchina commosso al ricordo dei Compagni caduti.

E se quel 5 maggio 1860 - così il Nizzardo lo comunica ai "Cari Amici. Vado per il Mezzogiorno. Non consiglierei il moto della Sicilia, ma giacché combatto bisogna ajutarli..." - se - dunque - quell'Evento (per il Bertani e gli amici addirittura "via dei miracoli"!) può ancora esaltare i nostri cuori e risuonare nella cultura europea, l'apporto sostanziale è di Giuseppe Cesare Abba, paradigma d 'un 'epoca.

Ma il Grande Cairese non sembra nascere con la "reietta rossa".

Da famiglia "timorata" e artigiana (il padre è maniscalco) (Abbate, presente nel medioevo comunale savonese, e Abbà ne sono l'originale casato), allevato nello Scolopico di Carcare (del quale sarà "Principe" nel 1854), "tiepido" e insofferente nell'imbarcata militare sarda (svolta tra i Cavalleggeri "d'Aosta" e la Guardia Nazionale di Savona), coglie il suo ruolo di combattente in una campagna di slanci volontaristici, inseritasi nel ciclo delle guerre per l'indipendenza e mirata alla "cattura di territori" e certo disturbata da frizioni, da pilotaggi esitanti e tattici e da condizionanti catene politico-diplomatiche saldate a Francia, Austria, Prussia e Russia, ma che "nei fatti" si apre e si conclude - dopo ardimenti e anche disappunti - con il "grido di guerra" - discusso ma accettato - di "Italia e Vittorio Emanuele!".

La Sua apoteosi è l'impresa stessa; ma l'Abba - anche se moderatamente "carismatico" - non colloca se stesso nel vaporoso ninfeo degli "eroi", pur se a Bezzecca (20 luglio 1866) è prode e valoroso (tale da meritare la medaglia d'argento), in connotato elitario, sinonimo d'eletta minoranza.

Generoso e tollerante, il Nostro non si plasma "invincibile"; è consapevole dei rischi ma non cede alle complici inerzie dei troppi.

Qualche accondiscendenza la riserva al "Generale", a Francesco Nullo, a Pilade Bronzetti, ai liguri Carabinieri.

E infatti, con l'Abba, altri figli della provincia savonese e delle Riviere dividono le radiose giornate dell'itala terra.

In sostanza propone all'attento lettore, al cittadino cosciente il patriottismo "reale" e d'azione, sognato e sorretto dai sagaci insofferenti alle viltà, all'ignavia, ai pantani di "corridoio".

Attraverso questo suo "testamento idealletterario" si appura l'Italia "subito e ad ogni costo", ma nel contempo si accerta l'esigenza di dover disporre (pur accanto a formazioni "guerrigliere") di una "task-force" essenziale supporto (come i "mille" di Washington nel 1775) per "conquistare" senza ulteriori indugi una "Causa" fin troppo inabilitata e comatosa, fin troppo titubante e inerte.

Dopo, anche il Nostro, lasciato il "fascio di folgori", torna ai suoi silenzi, alla modestia, all'isolamento, a quella sorta di "claustrazione" nei penati in Arno, in Bòrmida, in Lombardia, affanni emergenti nella lettera (29 agosto 1890) a Mario Pratesi, seguita all'incontro avuto con re Umberto I il giorno 22: "... Il Re mi prese la mano... per dirmi le sue impressioni sul mio libro... dicendomi d'avere... provato delle commozioni... (e) che sarebbe stata sua cura di far diffondere il libro nell'esercito... Poi mi trattenne... per parlarmi... del mio passato, della famiglia..., e anche mostrò di non comprendere come io mi contenti dell'umile condizione in cui mi trovo. (Gli rispondo)... che tale è il concetto mio della carica d'insegnante che appena mi sento in grado di meritarla. Mi strinse fortemente la mano. Uscii commosso dalla bontà..., dalla squisita semplicità di modi - scrive ancora l'Abba- con cui il Re seppe mettermi a mio agio. Mi pareva di parlare con un amico compagno d'armi... Davvero - conclude - che nella democrazia io non trovai tanta affabilità né tanta schiettezza mai..." (Abba, II, Ed. Naz., p. 52).

Giuseppe Cesare Abba come storico tende a "sollevarsi" sulle vicende e si impegna nell'analisi anche approfondita. Quasi "inviato speciale" giornalistico, ricompone con la memoria lucida sugli eventi vissuti, prospettive e minuzzoli della titanica Impresa (convergente con l'azione degli "stunt-man" della scatenata estrema barricata palermitana), spedizione - svanita la cavouriana designazione dell'altro nizzardo Ignazio Ribotti di Molières - affidata dagli Uomini e dal Destino al "Corsaro Riograndese": un "passaggio armato a SE" che - dopo i "Vespri Siciliani" del 1282

- è stata la più seguita tra le italiote vicende popolari.

Giuseppe Cesare Abba come "uomo di lettere" pur non "etichettabile" a "mandarino" della cultura, compone uno dei maggiori capolavori della "letteratura garibaldina"; sulle sue pagine si rinvengono copiose le riflessioni etico-umane, linfa ed esperienza di ogni pulsante movimento nazionale.

Gli scritti dell'illustre Cairese nulla hanno da invidiare al nobile incedere del "Gattopardo" ma stranamente, a differenza di quest'ultimo, non sono riusciti ad allettare le attenzioni di cineasti e produttori pur così solleciti ad attardarsi sul banalizzato "Far-West" all'italiana.

Soltanto di questi tempi è un primo interessamento sulle "cose vedute" dall'Abba, condotto dall'altarese Giorgio Scaramuzzini: in questo tentativo potranno forse aver risalto generosi spazi su idealità, fatti, uomini, commiati dalla vita, esaltazioni e disinganni così comuni ai mortali latini.

L'investitura letteraria dell'Abba è sancita oltreché dal Carducci, altresì da un "tandem" di Sovrani (Umberto I e Vittorio Emanuele III), concordi a sceglierlo "oratore ufficiale" nella solennità del Campidoglio, il 4 luglio 1907.

Giuseppe Cesare Abba educatore, offre alla Scuola (un po' restia a concedergli più larga scansione), ai ragazzi, ai compatrioti, agli emigrati all'estero, all'Esercito stesso le sue dirette testimonianze di Uomo, di Soldato, di Volontario, intendendo trasmetterle alle generazioni in divenire, ricordando loro che dal "grido di dolore" del '59 all'"urlo di sofferenza" era trascorso appena un anno.

Verga a verga "ligustico", è sagace e toccante nel suo impegno a far rivivere le "atmosfere" di Genova, della Riviera e della Valle Bormida nel "gran giorno" del '60. Giuseppe Cesare Abba come amministratore, dal 1870 Assessore e dal 2 maggio 1875 al 17 agosto 1880 Sindaco, "deposto il brando", confinati in teca insegne cimeli e medaglia - maniche rimboccate e con energia - regge la sindicatura locale, promuovendo vita, sanità, istruzione, strutture, socialità, istituzioni in un comparto dagli umori difficili, soporoso e in parte emarginato da una più fattiva e diretta partecipazione alle complesse vicende dell'intero Paese.

Anche a Brescia - la "Leonessa d'Italia" centro del suo lungo soggiorno, contribuirà a dare lustro e idee a quelle assise comunali.

Giuseppe Cesare Abba nel "Quarto stato" è cittadino sensibile al mutualismo innescato sulle molte tensioni acuite dal crescente e crudele imperio della "rivoluzione industriale".

E' il Nostro, infatti, a stimolare la fondazione della Società Operaia (oggi porta il Suo nome) destinata alla difesa dei diritti e alla tutela dei bisogni delle classi lavoratrici, le più esposte al bersaglio delle iniquità nell'era dei "Diritti e Doveri" e dell'"Ordine e Rispetto". Appoggia i tentativi per il miglioramento del lavoro agricolo, l'allestimento di corsi scolastici per anziani e meno abbienti, e coordina l'istituzione di una Banca popolare.

Con pertinace volontà medita, progetta e realizza la encomiabile Casa di Rieducazione, oggi plesso della Scuola Agenti di Custodia, ragguardevole istituzione ben plasmata nella realtà cairese, che ha offerto determinante collaborazione e spirito di iniziativa per le celebrazioni centocinquantenarie del "Mentore" garibaldino.

Giuseppe Cesare Abba per le tradizioni popolari, nella sua significativa produzione offre vivi squarci di ambiente e solerti attestati folkloristici - recentemente indagati da LoRenzo Chiarlone - specialmente sugli usi, i costumi, il culto, le propiziazioni, gli aspetti sociali e le consuetudini alimentari e familiari dell'antica "facies" valbormidese.

A conclusione, sia consentita qualche riflessione ancora.

Tuttora è discorde - e non soltanto fra gli studiosi - se il Risorgimento italiano sia stato "rivoluzione" o "mezza", popolare o regio, occasione o esigenza, utopica contraddittoria effervescenza o solido nodo storico-politico, argomento "battente" o nostalgica "passione" di patriottardi!

Ma per preservare le più preziose cariche ideali della Nazione "avvenire", avrebbe dovuto rimanere alimento, insegnamento, "memoria" di Storia, orgoglio e fierezza di Popolo. Purtroppo tutto ciò è stato "rimpiazzato" quasi sempre da egoismi, vizio, disonestà, criminalità e corruzione ad ogni livello.

Massimo Bontempelli e Alfredo Panzini riferiscono emblematiche osservazioni "inoculate" da Giovanni Ruffini ai personaggi del suo "Dottor Antonio" (Edimburgh, 1855), riflettendovi la sintesi di un "dominante" pensiero cavouriano: "...le damigelle inglesi piangono su le sventure d'Italia! Bello questo Popolo... merita simpatia! Ma l'Austria è necessaria alla "pace" d'Europa... Oh!, la "Causa italiana"...! E' giusta...ma è... "rivoluzionaria"...!".

Ribadisce il Conte: "La"Causa" sarà"rivoluzionaria" se non si asseconderanno le sue "legittime aspirazioni"...! ".

Si osserva in Anglia: "Ma è un pessimo affare indebolire l'Austria "iraconda" e pure nostra alleata...! ".

"Il contrario, Signori ! Il Germanesimo minaccia l'equilibrio... (e) non nasconde il divisamento di dominio... in Belgio e Olanda... a contestare l'impero a Voi... inglesi...!

La questione... "italiana" dovete vederla come. .. "germanica"...!

L'Austria - così com'è - non può più esistere: o si slavizza, o sarà assorbita da un immenso impero germanico...".

"Surprising ! Wonderful ! - esclamano gli Inglesi - ... ma noi non staremo a vedere... (con le mani in mano)...!".

E - sapientemente - l'Inghilterra, "longanime" e fedele alla propria "gloriosa" rivoluzione del 1688, prontamente riconoscerà sin dal 27 ottobre 1860 il proclamando Regno d'Italia con la "circolare" di John Russell diretta alle sedi diplomatiche di S.M., in tal modo prevenendo "colpi di coda" della reazione e dell'artificio politicodiplomatico internazionale.

Come - per inciso pure inglese è (a tutt'oggi) uno dei più attendibili storici dell' "Epopea garibaldina": George Macaulay Trevelyan.

Nel coagulo unitario, la "Spedizione dei Mille" - fermamente voluta da forze popo

lari e sincronizzata con le "avventure" (a volte disperate) dell'Armata Sarda, impera gnata a rodere il maggiore colosso militare europeo - è uno dei più concreti "vari" dell'Azienda nazionale.

Ebbene, Giuseppe Cesare Abba ne è fra i più alti "protagonisti", e altresì raccontatore efficace e sereno ai posteri, con virtù pressoché uniche e smaglianti: fede, obiettività, partecipazione razionale, rettitudine civile, consapevolezza di cittadino.

Infine, nella convinzione di averlo qui potuto "ridisegnare" e "reinterpretare" - specialmente per i giovani anche se distratti in una rivendicata dimensione umana e ideale, disponiamoci tutti (senza commozioni né reticenze) a riflettere (per qualche istante almeno) sull'adamantina "statura" etica dell'intramontabile "Grande Cairese", I' "Aedo dei Mille": un Abba simbolo, targato "Patria", " ... Primavera di sillabe bisbigliate sull'infinito, in un'immensa arcata blu stellata come il firmamento della "Scudiera" "

Un'Italia avanti tutta! L'Italia avanti tutto!