Centocinquantesimo anniversario della nascita di Giuseppe Cesare Abba
LoRenzo Chiarlone

Giuseppe Cesare Abba protagonista e la Val Bormida

L'enunciato dell'intervento esprime sinteticamente i due aspetti cui intendo accennare: G.C. Abba protagonista e G.C. Abba in relazione alla realtà valbormidese, il territorio in cui egli ha trascorso materialmente oltre della metà della sua esistenza e spiritualmente molto di più.
 

Premessa

Mi pare opportuno premettere un accenno alla mia semplice veste di appassionato di cultura locale, che incontrò Abba sui banchi della Scuola Elementare rocchettese - a lui intitolata-, quando il maestro Cagnone Santino, di buona memoria, leggeva con passione a noi giovani scolari brani delle Noterelle e per intero Le rive della Bormida. Incontrai ancora Abba sui banchi della Scuola Media di Cairo, anch'essa a lui dedicata, fra le pagine della storia risorgimentale. Poi vidi Abba "Principe dell'Accademia" nell'effigie del Serono ancora conservata nei locali dell'ex Collegio Scolopico di Carcare, ai tempi dei miei studi liceali. Ho quindi rivisitato un po' - e con soddisfazione - la figura e l'opera dell'illustre Cairese in questi ultimi anni, mosso dal desiderio di conoscere aspetti della storia e della letteratura connessi con la mia terra e le radici. Ne consegue l'ottica particolare con cui io, come tanti altri concittadini - o forse è meglio dire conterranei -, affronto la figura e l'opera di G.C. Abba.

Noi Valbormidesi, quando trattiamo di una realtà che ci tocca da vicino, non siamo esenti da un certo coinvolgimento campanilistico/emotivo, tale per cui è occasione di fierezza e punto di orgoglio locale il poter evidenziare ed approfondire quanto ha fatto un "grande" della nostra terra, quanto di essa ha detto e scritto; ed è ulteriore motivo di lusinga - compensativa per storiche realtà di emarginazione - il trovare che la Val Bormida sia teatro e riferimento per tanta produzione letteraria del celebre scrittore garibaldino.

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Che G.C. Abba nella vita, e nella storia, abbia occupato un ruolo di "protagonista", e non di occasionale comparsa, è cosa evidente e nota a tutti.

Protagonista fu nella mitica spedizione garibaldina del 1860, cui partecipò e dette un significativo apporto, con la spada e con la penna, distinguendosi come soldato ed immortalando l'impresa nel capolavoro delle Noterelle d'uno dei Mille così come anche in altri testi, più o meno noti, quali il poema Arrigo. Da Quarto al Volturno, la Storia dei Mille narrata ai Giovinetti, il Commentario sulla rivoluzione di Sicilia (Taccuino 1860) ed altri testi ancora.

Protagonista Abba fu nella vita.

Noto è il ruolo sociale che occupò e l'apporto che dette alla realtà cairese attraverso l'impegno civico e di amministratore. E' risaputo che G.C. Abba fu Sindaco di Cairo Montenotte ed al suo interessamento sono da ascriversi importanti opere di risanamento del borgo ed interventi per il miglioramento della vita sociale.1 Abba contribuì alla stessa fondazione della Società Operaia di Mutuo Soccorso cairese, che risale al 1861 e lo annovera per primo nell'elenco dei soci fondatori.

Protagonista G.C. Abba fu anche in campo educativo: tante energie egli profuse nell'impegno attivo di insegnante e preside (a Faenza ed a Brescia) nonché nell'opera di pedagogista, quale autore di testi didattici per gli alunni delle scuole primarie 2, per i giovani, i militari 3 e "pel popolo". Nella prospettiva pedagogico/formativa ed informativa si colloca anche la vasta produzione di Abba giornalista pubblicista, di saggista nonché di oratore.

Protagonista G.C. Abba fu altresì nel panorama letterario dell'Ottocento italiano, in cui la sua figura si staglia quale maggiore fra i memorialisti dell'epopea garibaldina ed autore non disprezzabile della corrente romantica, originale soprattutto - lo ha evidenziato Aldo Capasso 4 - per il suo realismo romantico e nella poesia in prosa. Fra le più significative e limpide produzioni dell'Abba romantico si segnala il racconto Nunzia, di recente ristampa 5, una novella a sfondo storico che propone, in bella forma e con avvincente trama i temi classici del filone romantico: amore e morte, superstizioni e ideali, sullo sfondo naturale ed etnografico della Val Bormida di metà Ottocento.

In relazione ad Abba protagonista nel mondo letterario, merita un accenno ed un sincero plauso la pubblicazione - che è in corso di stampa in Edizione Nazionale della sua opera omnia: in essa sono raccolti tutti i testi prodotti dal nostro autore, dalle opere celebri ai lavori minori, dagli articoli giornalistici alle poesie, ai saggi, ai discorsi, al vasto epistolario. 6

Ma quanto intendo sottolineare qui è ancora un'altra singolarità di G.C. Abba: egli è protagonista - in prima persona, sotto le celate spoglie del personaggio in cui si proietta o nei precisi riferimenti alla sua esperienza personale - nella maggior parte della sua produzione bibliografica, soprattutto della parte narrativa, ma anche di poesie, articoli pubblicistici, discorsi e commemorazioni.

Non abbiamo la possibilità che di fare qualche accenno.

Nelle Noterete d'uno dei Mille, il testo più noto e universalmente riconosciuto come capolavoro letterario garibaldino nella originale forma di diario-poema, come è risaputo, viene utilizzata la forma di narrazione in prima persona, singolare o plurale. L'Abba protagonista della spedizione, è il soggetto narrante i fatti dei Mille; perciò lo troviamo costantemente protagonista - nelI'intimo o nell'azione - delle pagine del suo diario postumo, o "moderno romanzo cavalleresco in prosa", secondo la definizione di un critico.

In questa ottica sono tutte le Noterete; quale esempio, basti la citazione di uno dei primi passi relativi alla partenza da Quarto: "5 maggio, a un'ora di notte. Ho bevuto l'ultimo sorso. Strana coincidenza di date! Partiremo stasera (...) / 6 maggio, mattino. Navigheremo di conserva (...) Noi del Lombardo siamo un bel numero. Se ce ne sono tanti sul Piemonte, arriveremo al migliaio.

Un passaggio colto a caso dal cuore del volume: "31 maggio a Palermo. Tre giorni durò la bufera infernale, che scatenammo sopra Palermo; più di tre giorni! (...) E noi eravamo partiti da Gibilrossa allegri, come ci fossimo incamminati a portar qui una festa! Ho riveduto la montagna da cui scendemmo la sera del 26".

Se le Noterelle registrano la narrazione in prima persona, lo stesso pronome troviamo nel precedente e meno fortunato poema della spedizione garibaldina, l'Arrigo, che utilizza il primo pronome personale almeno nei versi d'apertura: "O Italia mia./ lo veggo le tue belle contrade,/ lo coll'occhio t'abbraccio, innamorato/ Delle tue terre, delle tue marine, dell'universa tua armonia (...) e narrerò!".

Nel personaggio, poi - "un garzon valoroso, amore e cura/ Della vedova madre e d'una bella/ Suora bilustre, e Arrigo era il suo nome" che viveva "in uno dei quieti ermi villaggi/ Su per le rupi liguri dispersi" - altro non abbiamo da ravvisare che lo stesso Abba, protagonista.

Nel romanzo storico abbiano, i "Promessi sposi delle Langhe", ovvero Le rive della Bormida nel 1794 7, sotto le spoglie artefatte di Giuliano 8, il giovane medico di Dego, non è difficile cogliere i tratti ed il carattere di G.C. Abba, idealista e generoso, dolce e pensoso, attivo e indomito, credente non praticante 9.

Il racconto, che marcatamente risente delI'influenza manzoniana, a detta dei critici è bello proprio in quanto "ritratto di Giuliano" e perciò "magistrale autoritratto" dello scrittore cairese.

Se avessimo ancora la pazienza di analizzare i racconti di Abba - testi classificati quali "minori", ma spesso non disprezzabili per forma, contenuto e messaggio - troveremmo ancora Giuseppe Cesare riflesso nei rispettivi protagonisti: nel giovane "penitente" di Primi duoli, nel Pellegro del racconto Nunzia, nel dottor Paleari del testo intitolato SI Dottor Crisante come nel Dottor Asquini del racconto Prendi moglie.

Per quanto riguarda le composizioni poetiche, ci basti la citazione dei versi del Corpus Domini, lirica che riflette i più personali ricordi e sentimenti di G.C. Abba, nonché le sue preoccupazioni di padre di un giovinetto incredulo che "freddo afferma che il Signor non c'è".

Spigolando a caso fra i "Ritratti e profili" di personalità del nostro Risorgimento, troviamo ulteriori riferimenti alla propria esperienza. Allorché l'Abba parla del generale Stefano Turr, opportunamente inserisce alcuni risvolti che lo toccano in prima persona: "Io, fanciulletto ancora, ebbi la gioia di sedere sulle ginocchia di quel bell'ufficiale, ospite d'un mio zio medico (...) e di quella gioia infantile mi ripascei nell'animo memore dieci anni di poi, militando sotto quell'ufficiale divenuto uno dei generali più cari a Garibaldi: fui sotto i suoi ordini diretti, gli parlai non so quante volte, ma non gli dissi mai di quel mio ricordo". (Traspaiono qui le note dominanti del carattere di Abba, la modestia e la riservatezza, doti che gli fecero onore ma non lo premiarono davanti agli uomini).

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Insieme ad Abba, protagonista nella sua opera fu sovente la sua terra, il "piccolo borgo che aveva fama di capitale dell'alte Langhe" e la Valle della Bormida.

Affettuoso, viscerale e costante fu per G.C. Abba il richiamo alla valle; per simpatia e sintonia gli possiamo perdonare l'anacoluto con cui ce ne dà ragione in una delle "Meditazioni sul Risorgimento" quando scrive: "La gran patria è augusta e dolce al pensiero; ma il cantuccio di essa dove si nacque, il nostro cuore è tutto per esso (...). Oh! dove ad ogni occhiata si scopre un punto conosciuto nei boschi, nei campi, nei sentier biancheggianti traverso i fianchi d'un monte lontano; un punto da cui si rifà qualche memoria nostra, qualche nostra passione; ivi sì che da soldati si combatterebbe con animo grande, saputi vicini da chi conosce tutta la nostra vita, forse sotto gli occhi della donna amata!".10

Anche quando G.C. Abba fu lontano più di mille chilometri dalla terra natale, nella Sicilia in rivoluzione e, tanto più allora, aveva cara e presente la sua terra e dal "poema cavalleresco in prosa", le Noterelle, a decine emergono i richiami valbormidesi, brevi o lunghi passi che noi posteri concittadini di Abba- altrettanto radicati in questa realtà locale - rileviamo con la soddisfazione e l'orgoglio cui accennai, mentre forse al forestiero quei riferimenti possono talora suonare anonimi e vacui.

Indagando l'opera letteraria di Abba per coglierne i riferimenti alla sua terra, scopriamo in primis la Val Bormida quale scenario in cui si svolge la trama di non pochi testi: il romanzo, nel cui titolo è tratteggiato l'ambito geografico e cronologico della vicenda: Le rive della Bormida nel 1794, i già citati racconti Nunzia, Le nozze d'Arcangela, Primi duoli, 11 Dottor Crisante, il testo Vigneroli come pure quello intitolato Montenotte Dego e Cosseria, ed altri ancora.

Non volendo qui soffermarmi ulteriormente sull'argomento ed esimendomi dall'esporre più diffusamente in merito e dal proporre la dovizia di citazioni abbiane relative ai paesi, alla gente ed ai costumi 11 di Val Bormida, mi limito a segnalare pochi passi che ritengo particolarmente interessanti, significativi ed eloquenti.

Celebre è il passaggio del manifesto elettorale del 1876 12 in cui Abba auspica- forse non senza un po' di retorica - per tutta la nazione il clima che regna in Val Bormida: "Uomo qui nato e vissuto, vorrei che l'Italia intera godesse di quei beni di cui godiamo noi, in queste povere terre delle alte Langhe, così note per antica sterilità ed ingratitudine ai lavori dell'uomo. Qui pace, in ossequio alle leggi, qui animo pronto al compimento di tutti i doveri di cittadino; gli odi tra le classi sociali ignoti, delitti quasi nessuni".
Cogliamo il sentimento di benevolenza nei confronti della piccola patria attraverso espressioni di ammirazione per il paesaggio naturale della Val Bormida - il cui orizzonte sconfina nel mare da un lato e verso le Alpi dall'altra - che Abba mette in bocca a Pellegro nel racconto Nunzia: "Erano tanto belli quei monti! Ne vedeva tutto intorno lontano, lontano gli uni di là dagli altri, più in là, sempre più in là, sino a una sfumatura d'azzurro che tirava il cuore. Doveva essere il mare. Bianche come file di tende, laggiù, erano le Alpi". 13

C'è poi nell'opera di G.C. Abba una descrizione della Val Bormida tanto singolarmente espressiva 14 che non posso tralasciare di riferire.

"La regione era povera per natura. Deserta Langarum, avevano sempre detto gli antichi, e pare che così fosse stata chiamata fin dai tempi romani. Ma il feudalismo che l'aveva incastonata e sbocconcellata, l'aveva pure disselvatichita; e di esso, da quando il re di Sardegna lo aveva assorbito, v'era rimasto con i mali il po' di bene della mezzadria, per cui di vera miseria non vi moriva nessuno. Vi veniva abbondante il benedetto granoturco, che i langaioli goderono perché lo propagasse a un parroco di val di Belbo, da due cavalieri reduci dalle Crociate. Vi prosperavano pure i vigneti. E v'era qualche industria che aiutava a vivere chi non lavorava la terra. Nelle parti delle valli più in su, dovunque scorre un po' delle acque che cascano al Tanaro, al Belbo, alle Bormide, erano state erette da antico delle ferriere, e queste davano da lavorare ai mulattieri che andavano a caricar la vena dell'Elba nei piccoli porti della riviera d'occidente, e ne davano ai boscaioli e ai carbonai. A mezzo le valli prosperavano i filatori di seta che raccoglievano i bozzoli da tutti coloro cui non conveniva fare come certe famiglie più al largo, le quali facevano la trattura in casa nelle proprie bacinelle, e vendevano poi la seta a comodo loro, segno di patriarcale rispettata agiatezza.

Miseria vera dunque no, ma ogni borgo aveva un suo proprio numero di mendicanti, cui la popolazione riconosceva un certo diritto a essere mantenuti per carità. Nell'ora dei pasti quei poveri passavano regolarmente, quasi per turno, agli usci, dove i ragazzi erano mandati a empier loro la scodella. In molti borghi poi, diversa dall'elemosina fatta così, ce n'era un'altra che si riceveva due o tre volte all'anno, in certe feste, come il Corpus Domini e la Pentecoste. Era quasi un titolo di dignità. La ricevevano le famiglie non povere, ma neppure agiate, alle quali venivano distribuiti pani di un dato peso o d'una data forma, o misure di frumento, da Opere pie, su lasciti antichi. Il riceverla era un diritto geloso, l'accettarla un atto di umiltà che piaceva ai ricchi e agli agiati, perché segnava la loro superiorità sulla gente sotto la mezzana, con cui per forza, nel piccolo andare della vita quotidiana, dovevano stare a contatto. E i ricchi si divertivano. Né per essere detti ricchi occorreva avere dei milioni. Di milionari anzi ce n'erano pochi, e per lo più nobili eredi di castelli. Gli altri, chi aveva le centomila lire in beni poteva già guardare molto dall'alto; e d'una giovinetta da marito che recasse una dote d'alcune mezze dozzine di migliaia, si diceva che chi la sposasse andrebbe quasi a mettere il cappello al chiodo. I ricchi dunque si divertivano consumando i redditi delle loro possessioni divisi a mezzo coi lavoratori che essi chiamavano loro contadini, con tono di dominio benevolo; e questi parlando di loro godevano di chiamarli padroni. Ma li avrebbero stimati meno degni di tal titolo, se se li fossero visti fra piedi a immischiarsi delle coltivazioni. I pochissimi che pensavano a migliorarle davano quasi scandalo. Che strana cosa udire un signore parlare d'aratri, di concimi, di sementi! Non c'erano loro contadini che se ne intendevano? I ricchi badassero a divertirsi! E i ricchi si divertivano. Da una borgata all'altra s'invitavano in brigate allegre tutto l'anno a festini, a caccie, a sfide nel pallone. I carnovali erano gare a chi durasse più notti in veglie, in cene, in bagordi; poi la quaresima veniva a rimettere in onestà ogni cosa. Passavano i missionari a purificare l'aria, e le anime ritornavano monde ad aspettare gioie nuove.".

Sulla Val Bormida il nostro autore ci informa ancora, e piacevolmente ci intrattiene, attraverso altri suoi scritti che hanno relazione all'economia, alle condizioni sociologiche, ai dati geografici come a notizie storiche, leggendarie, folkloristiche. Anche per il dialetto locale l'opera di Abba costituisce una fonte preziosa, fornendoci - attraverso alcune citazioni specifiche - le più antiche testimonianze scritte di frammenti poetici e di un'antica canzone popolare nel dialetto della Val Bormida cairese che siano giunte sino a noi su carta stampata.

Mi riferisco ai brevi testi dialettali contenuti nel saggio Montenotte Cosseria e Dego 15.

Concludendo questi sommari accenni al legame "G.C. Abba e la Val Bormida''16, vorrei citare un testo poetico in cui emergono interessanti elementi relativi sia a questo filone sia a riferimenti personali dell'autore, connessi quindi all'altro aspetto che costituiva il binomio del tema a me assegnato: "G.C. Abba protagonista".

Si tratta della poesia "Corpus Domini", dalla raccolta Romagna, in cui Abba riferisce di un'antica pratica religioso-popolare cairese e, d'altra parte, accenna ai suoi lontani palpiti amorosi di giovinetto ed alle sue preoccupazioni paterne di padre e vedovo.

CORPUS DOMlNI
Mi desta un gaio scampanio, lo sento
E mi s'innonda di dolcezza il sor:
Son io, sono tornato adolescente,
Corriam, corriam ne' prati a coglier fior!
Oggi la plebe del mio borgo veste
Le vie di fronde; e giù d'ogni balcon
Pioverà la fiorita in sulle teste
Dei supplici, passanti in procession.
Passerà dei fanciulli l'allegria,
Passerà delle vergini il candor,
Poi le umiliate, i battuti, la pia
Folla dei peccatori; e dietro lor
Sott'esso l'ampio baldacchino, al sole,
I preti gravi in serico pivial,
Col libro un delle mistiche parole,
L'altro col secchio dell'acqua lustrai,
Altri, reggendo all'Arciprete i lembi
Del gran velo, con lui inneggieran Al
Dio che regna altissimo sui nembi,
E ch'egli porta lievemente in man.
Chi oggi li vedrà dalla finestra,
Donde discese, ed aureo lampeggiò
Sul tuo crin biondo, quel fior di ginnestra
Che or son tant'anni la mia man lanciò?
Tu per subito brivido tremasti
Nei veli bianchi, e con incerto piè,
Quasi accecata di splendor passasti
A Dio, Rosa, pensando e forse a me.
In terra, in mar, gioie d'amori e d'armi,
Delizie d'arte, di nulla m'uscì
Tanta soavità più mai, né parmi
D'aver più amato come amai quel dì.
Oh! tornare fanciullo, umile e lieto
Avere il cuore, credere ed amara
Correre ogni anno su nel ginnestreto,
E nel dì del Signor tutto infiorar!
Ma lui mi cresce giovinetto a lato
Che dal tuo seno suscitasti a me;
E già di tutto, o morta, ha dubitato,
E freddo afferma che il Signor non c'è.

NOTE

1) Il suo impegno civico a favore della piccola patria gli era dettato dalla convinzione che "se tutti coloro che avevano viste in azione le grandi cose della rivoluzione italiana avessero portato il pensiero e l'opera loro nel luogo natio per piccolo che fosse, la patria grande avrebbe rimesso rapidamente il tempo che cause d'ogni sorta le avevano fatto perdere nel mondo". Da Nota autobiografica di Giuseppe Cesare Abba, Ed. G.Ri.F.L., Rocchetta Cairo 1988, pagg. 2-3.

2) Le Alpi nostre e le regioni ai loro piedi, Bergamo 1903.

3) Uomini e soldati. Letture per l'esercito e pel popolo, Ed. Zanichelli, Bologna 18922.

4) Cfr. A. Capasso, L'arte di G.C. Abba. Saggio Critico, Ed. Liguria, Genova 1958.

5) Il racconto è stato ristampato dalla Casa Editrice Liguria di Savona nel settembre 1988 con introduzione di Aldo Capasso.

6) L'Edizione Nazionale delle opere di G.C. Abba, curata da una Commissione del Ministero per i Beni Culturali, è pubblicata dall'Editrice Morcelliana di Brescia.

7) L'ultima edizione del romanzo è quella pubblicata nell'Edizione Nazionale citata, vol. VII, Brescia 1989.

8) "La sapienza psicologica dell'Abba si manifesta soprattutto nel creare la figura del protagonista maschile, Giuliano, prolungamento dell'Artista e portatore delle sue più alte preoccupazioni ed aspirazioni morali." (A. Capasso, L'arte di G.C. Abba, cit.)

9) "Devoto a Cristo e della sua dottrina seguace umile e convinto, la mancanza di pratiche religiose non volle mai dire per me irreligiosità." (G.C. Abba) Cit. in E. Bottini Massa, G. Cesare Abba, Milano 1932, pag. 12. Su questo tema v. L. Chiarlone, Appunti su Giuseppe Cesare Abba, Ed. Liguria, Savona 1988, pagg. 37-43.

10) Da "Montenotte Dego e Cosseria", in Meditazioni sul Risorgimento, Edizione Nazionale delle opere di Giuseppe Cesare Abba, III, Scritti garibaldini, Morcelliana, Brescia 1986, pag. 433.

11) Su questo punto ho già riferito in altra sede, per cui oso rimandare agli "Accenni al folklore e costume valbormidese nell'opera di G.C. Abba" in AA.VV., Folklore in Val Bormida, Ed. Comunità Montana - G.Ri.F.L., Millesimo 1988, pagg. 61 -66; oppure ai citati Appunti su G.C. Abba, pagg. 19-34.

12) Il testo è pubblicato in P.A. Tognoli, Cairo nella storia della Liguria e della Nazione, Ed. Lagorio, Cairo M. 1971, pagg. 162- 165.

13) Da Nunzia. Racconto, cit., pag. 14.

14) Pubblicato nella recente Edizione Nazionale dell'opera omnia nella sezione "Da Bonaparte a Carlo Alberto" delle Meditazioni sul Risorgimento. Scritti Garibaldini, vol. III, Ed. Morcelliana, Brescia 1986, pagg. 457-465.

15) Cfr. G.C. Abba "Montenotte Dego e Cosseria", Scritti garibaldini, Edizione Nazionale, cit., Brescia 1986, vol. III, pagg. 430-431.

16) Per brevità ho omesso, tra l'altro, i riferimenti al Collegio Scolopico di Carcare. A titolo esemplificativo, rimando il lettore ad un articolo specifico (uscito su "La Stampa" nel 1910) e pubblicato nel vol. III dell'Edizione Nazionale citata, quella dedicata alle Meditazioni sul Risorgimento, pagg. 473-477.