Centocinquantesimo anniversario della nascita di Giuseppe Cesare Abba
Giulio Fiaschini

Noterella sul giovane Abba

"Nacque in Cairo Montenotte il 6 ottobre 1838, e visse, come tutti i ragazzi di quei tempi, fino agli otto o nove anni, con poco tormento di scuola. A dodici anni, preparato, come si soleva allora, alla testa, perché il corpo era già abbastanza saldo, entrò dagli Scolopi di Carcare, in quel Collegio dove gli entusiasmi del 1848 erano ancora vivissimi, specie nel padre Atanasio Canata, grande svegliatore di ingegni e di cuori, come erano stati tra gli Scolopi di Savona i padri Pizzorno e Faà di Bruno. Svegliavano all'amore delle lettere, dell'arte e della patria, cui molti degli alunni offrirono il braccio nel 1859. Tra questi fu G.C. Abba che andò volontario in Aosta Cavalleria, e che l'anno appresso trovò tre di quei suoi compagni di scuola nei Mille. Finita la guerra del 1860, G.C. Abba se ne andò a stare in Pisa per vaghezza di studi e per vivere coi giovani amici già compagni d'armi e tornati studenti in quell'Università, gioconda e pensosa; dove anch'egli ascoltò le lezioni dei grandi maestri, memori d'essere stati a Curtatone e a Montanara, lieti di insegnare ai giovani che avevano già provata la guerra e che studiando pensavano a quella o a quelle ancora da farsi. Erano anni di gran vita. Allora G.C. Abba scriveva un suo poemetto romantico, intitolato Arrigo: da Quarto al Volturno, che stampò nella primavera del 1866 più per contentar gli amici che per lusinga di far leggere cose sue. Gli dicevano che dalla guerra imminente non era certo di tornare, e che non sarebbe stato inutile lasciare di se quel lavoro".

Queste parole sono tratte dal notissimo profilo autobiografico che l'Abba stesso, a settant'anni, stese di sua mano: un curriculum breve e secco, in cui il vecchio scrittore, fin troppo attento a non farsi cogliere da debolezze senili, ci tiene a riproporsi ancora una volta in modo austero e quasi diminutivo, conformandosi al ritratto dell'eroe modesto e appartato che la retorica della nuova Italia già da tempo aveva accolto e sistemato nel famedio risorgimentale. Umile e schivo, come sempre; ma ora, prossimo al termine naturale della vita, non senza umanissime trepidazioni per la sopravvivenza della memoria di se, affidata alle malvelate, commoventi cure con cui provvede, sfruttando sapientemente proprio i limiti angusti di questa specie di scheda d'enciclopedia (solo in apparenza fredda e distaccata), a inventariare gli atta comunque rilevanti (epperò già forse dimenticati) di un personaggio illustre e dimesso, chiamato (in terza persona) Giuseppe Cesare Abba.

Una guerra imminente, dunque, come impegno concreto; e un "poemetto romantico" come testamento. Così finalmente restava fissato - ben alto, nella coscienza dell'autore - il ricordo del suo esordio letterario. L'Arrigo, ovvero il carme propiziatorio che, nel nome di Garibaldi, doveva rinsaldare la nuova con l'antica avventura militare: quella che sembrava, nel '66, la vera prova del fuoco dello stato italiano, con la straordinaria epopea del '60, "irregolare" e venturiera. Che tuttavia più tardi - al momento di redigere la nota autobiografica, per esempio - non poteva non assumere, di fronte ai fallimenti e alle miserie del Regno, i caratteri dell'evento irripetibile; e davvero determinante per lastoria d'Italia, per il mito garibaldino, per la vicenda personale del poeta: il quale, non a caso, quando deve ritagliarsi il giusto spazio dentro il quadro dei Mille, appare più che mai reticente: sopraffatto appunto, perché consapevole della grandezza di avvenimenti che ne esasperavano lo scrupolo (e anche, per contrasto, il vezzo luciferino) dell'abnegazione.

E non a caso l'Arrigo era stato dedicato "alla illibata memoria dell'ingegnere Gioanni Battista Bertossi", che, "quando nel novembre 1860 l'Esercito Meridionale fu sciolto, tra i primi abbandonava grado ed onori". Una controfigura che l'Abba può tranquillamente celebrare, facendo l'apologia di se stesso: "Anima generosa e severa più della sua non poteva trovarsi; e in tanta tristizia d'uomini e di tempi, per chi lo conobbe era un conforto pensare alla di lui tempra spartana. Oggi sul suo sepolcro è concesso il dirlo: la nostra patria sarà grande davvero, quando gli uomini come Bertossi vi nasceranno men rari, e vivranno meno ignorati".

Siamo nell'aprile del '66. Alla fine della primavera era già avviata la guerra, e il poeta, distratto da ogni languore letterario, abbandonata Pisa, aveva ormai raggiunto a Bari il gruppo dei garibaldini, lì radunatisi per la progettata spedizione che dalla Dalmazia, con l'aiuto degli insorti ungheresi, avrebbe dovuto portare un attacco decisivo al cuore dell'Impero. Sappiamo che le cose non andarono così. Nel fervore dei preparativi giunse invecepaurosa per gli echi che l'accompagnarono - la notizia della sconfitta di Custoza: giugno 24. L'amara delusione, comune a tutti quelli che avevano ottimisticamente creduto a una trionfale replica del '59, precipitò l'Abba in una crisi gravissima. Depresso e sgomento, ebbe tale angoscioso presagio della morte incombente, fisica e spirituale, che provò il bisogno immediato di esprimere le sue ultime volontà, cercando istintivamente conforto e sostegno in chi, fanciullo, l'aveva "svegliato all'amore delle lettere, dell'arte e della patria". Si rivolse al padre Canata - il venerato maestro calasanziano - invitandolo a raccogliere, in qualità di esecutore testamentario, la dolorosa confidenza di un giovane disperato.

Forse in qualche archivio scolopico ancora si nasconde questa lettera del 25 giugno 1866 (e varrebbe la pena di cercarla, per l'evidente importanza e per la probabile suggestività del contenuto). Di certo abbiamo la sollecita risposta del Canata; un foglietto del 5 luglio, che Leonida Balestreri trovò a Firenze, presso i figli dell'Abba, e che pubblicò in un volume miscellaneo di studi risorgimentali 1. Si tratta di uno scritto asciutto e conciso, senza una parola di troppo: bellissimo messaggio in un'epoca di facili eccessi epistolari proprio per la sua profonda e affettuosa essenzialità. Per la nostra ricerca, poi, un contributo tanto significativo che ci pare necessario riprodurlo per intero:

"Carissimo Giuseppe. La preziosa lettera che in data del 25 giugno p.p. mi indirizzavate sulla vostra partenza da Bari per Lombardia mi comprese di fiera mestizia, vedendo come immaginazione e cuor di poeta trascorressero a mutar in voi un natural sentimento in presentimento funesto. La triste impressione della fatale giornata ve ne scusa pienamente; non così me dal supplicare il Dio degli eserciti a conservare alla patria e alle lettere una vita così preziosa. Mi sono proposto di farlo ogni mattina, deponendo il vostro nome presso il Calice della vita. Giuseppe mio, voi m'intendete, voi che scriveste quei versi tanto sentiti del bisogno che ha il giovane militare di riconfortarsi con la preghiera, versi che sono una lunga storia del vostro cuore, delle affezioni alla famiglia, delle incancellabili convinzioni dell'animo generoso e nobilissimo. Io pregherò che se pur fosse scritto lassù, che voi versaste il vostro sangue per la patria, accompagnate quel sacrificio d'un atto novissimo d'amore a Colui che tutto lo versò per questa Umanità sofferente, ed in Lui che è la risurrezione e la vita riposiate la giovane anima vostra sì prematuramente esercitata. Conserverò gelosamente presso di me il plico affidatomi; e nel caso che fosse d'uopo adempirò con cuore d'amico e di fratello i vostri mandati. Addio, mio caro Giuseppe, nuovamente addio, ma non il novissimo: spero di riabbracciarvi onorato di doppia aureola".

Basterebbe questa testimonianza, se pur non ve ne fossero molte altre, a rivelare la statura del padre Atanasio Canata. Colto e sensibile, impegnato e generoso, il vecchio maestro - fermo al remoto collegio di Carcare, ma ben presente al proprio tempo - corrisponde subito con passione alla passione del suo allievo: senza riserve, e anche senza falsi pietismi né consolatorie bigotterie di circostanza.

Piace, in particolare, il modo in cui lo scolopio fa riferimento - con bonaria ironia, all'inizio; e poi con gentile e ammirato rispetto - allo stato d'animo del poeta, che, mentre cede di schianto all'emozione di una battaglia perduta (e va riconosciuta al Canata una notevole capacità di giudizio politico, se, a caldo, sembra in grado di reagire a quella sindrome da disastro, che, con la diretta responsabilità dei generali, aveva prostrato in un attimo l'intera opinione pubblica nazionale), può facilmente risorgere più forte di prima, sostenuto e persuaso dalla sua stessa poesia, generatrice degli ideali in cui, romanticamente, la religione dello spirito e quella della patria coincidono: anche nella prospettiva di un eventuale estremo sacrificio. Così, sublimata e resa feconda, l'immagine della morte annichilatrice veniva esorcizzata in parte (volutamente non rimossa, però, per non eludere l'oggetto più drammatico della pressante richiesta d'aiuto). E infine del tutto superata nel congedo augurale, che è il saluto dell'addio; un addio conscio del sacro, da ricevere come una benedizione: l'affidamento a Dio dell'uomo nel travaglio della sua operosa giornata terrena; a Dio, appunto, "ma non il novissimo": che è l'affidamento per l'eternità.

E' la lettera esemplare di un credente, che, forte di una fede integra e adulta, si può permettere - da prete - una frequentazione cordialmente "laica" del mondo e dell'umana società. Cristiano privo di complessi, maldisposto a risolvere le situazioni con un compromesso purchessia, lo scolopio si rivolge in modo strettamente ortodosso (e con linguaggio tutto "cattolico") a un ex-alunno non più credente (o almeno, di sicuro non più praticante), senza per questo volerlo - in una condizione psicologica delicatissima - né ammonire, né ammaestrare, né convertire.

Nel 1866, infatti, l'Abba era un uomo compiutamente formato; al quale, della scuola calasanziana, restava (oltre, naturalmente, al suggestivo ricordo delle singole persone) il frutto degli studi seri e accurati, che, condotti alla luce di un severo classicismo patriottico, ne avrebbero mediato, fra poco, il definitivo passaggio ad altra scuola, quella del patriottismo militante, ai cui ideali sarebbe rimasto legato per sempre. Fu così breve il tempo intercorso tra la guerra sognata sui banchi e la guerra combattuta sul terreno, che i giovani come lui, nati in punta agli anni trenta, a malapena riuscirono a diventare liberali e mazziniani convinti (separandosi a stento dalla prima età, gratificata per lo più dall'insegnamento di preti amati e stimati), che già si ritrovarono democratici e garibaldini in battaglia: accumulando, in questa progressione rapida di mutamenti, un bagaglio di virtù e miti e valori diversi (a volte contrastanti), che sul momento non seppero (e in seguito non vollero) organizzare entro un'adeguata concordanza teoretica. Non cercheremo pertanto in lui la coerenza di una salda ideologia e nemmeno gli ardimenti di una speculazione sistematica; ma piuttosto la schiettezza del buon senso e la forza degli affetti civili e morali, vissuti con sereno e costante rigore, nel segno di quel misticismo etico che - ammonivano i nuovi filosofi - faceva a meno di ogni confessione, di ogni rivelazione, di ogni chiesa costituita: e specialmente della cattolica romana, che, quand'anche non fosse considerata un nemico a se, da affrontare in armi, rappresentava tuttavia - agli occhi del patriota liberale - lo scellerato supporto del dispotismo reazionario, la potente istituzione da battere, avversa per principio a qualsiasi forma della modernità.

D'altra parte, si può dire che fin dal '60 l'Abba avesse fatto le sue scelte di campo, nette e sicure: e l'esperienza dei Mille, sublimandole, avrebbe impedito al ragazzo - maturato in un sol giorno - ulteriori, imprevedibili sviluppi. Non c'è svolgimento nell'Abba uomo, come (per certi versi) non ve ne fu nell'Abba scrittore. Quanto a questo, possiamo rifarci a una bella pagina delle Noterete: il senatore compaesano che incontra a Genova l'adolescente in procinto di partire con Garibaldi, si scontra in effetti con il personaggio Abba, quale a noi si presenterà - timido e temerario, rispettoso e ironico - per il resto della sua vita. Su posizioni che, comunque si vogliano interpretare, non erano certamente vicine alle posizioni della Chiesa: non la Chiesa ufficiale di Pio IX, e nemmeno quella, ormai sbiadita, di Gioberti, né finalmente quella progressista dei padri carcaresi. Come osserva lo sbigottito notabile cairese, che non sa darsi pace di fronte all'avventurato giovanotto, "uscito dal fondo di una valle ignota, allevato da buoni frati, figlio di gente quieta, adorato dalla madre", e divenuto (ciononostante) "uno sfaccendato perturbatore"; un sovversivo che, con altri suoi pari, va a portar guerra al re di Napoli. Dalla meraviglia allo smarrimento, dallo scandalo alla deprecazione, alle minacce: chi appariva destinato a un'esistenza oscura e subalterna, vuol venire avanti caparbiamente; chi ha avuto un'educazione costumata e pia (e sui buoni frati il senatore non ha dubbi) si mette a fare il miscredente e il rivoluzionario; chi è stato cresciuto da genitori quieti e amorosi (la madre adorante, in particolare, non poteva mancare) si agita e si ribella e pretende di rivoltare le leggi della natura. Allora non c'è più religione, se nessuno sa stare al suo posto.

Ammettiamo pure che il narratore abbia avuto la meglio sul cronista, e che l'Abba retrospettivamente (e da una posizione consolidata) si sia compiaciuto di accrescere, al cospetto del benpensante meschino e bigotto, la propria statura di protagonista schivo e magnanimo (e alla fine vincente...); sembrerebbe nondimeno che, a pochi anni dal termine degli studi, la memoria del collegio sia abbastanza lontana, e quasi rimossa e superata dalle ben più eccitanti emozioni della vita militare.

In realtà lo scrittore stesso ci fornisce una significativa testimonianza, che permette di capire meglio quanto fossero complessi i suoi rapporti con l'ambiente d'origine. Il ritorno del cavalleggero è un piccolo racconto del tempo pisano (1864), che, rimasto a lungo inedito, venne pubblicato nel 1909 dall'amico Mario Pratesi: si tratta ancora una volta di un pezzo di diario, in cui l'autore, reduce dalla campagna del '59, rievoca il proprio rientro in famiglia, stracciato e senza un soldo, dopo sette mesi di (in)gloriosa milizia (il suo reggimento fu tenuto di riserva in retrovia, nei pressi della battaglia). Questo frammento autobiografico è molto interessante perché riproduce lo stato d'animo del giovanissimo guerriero, il quale, mentre materialmente ripercorre all'indietro la strada che lo aveva condotto, impaziente, dalla periferia al centro della storia, si accorge, quanto più si avvicina, di desiderare e temere l'incontro con i luoghi e le persone - non più uguali - da cui si era appena staccato, con l'idea forse di una separazione più risolutiva, capace di lanciarlo decisamente incontro a quel destino "maggiore" di poeta soldato, intravisto alla scuola eroica dei classici.

Lasciata Savona sul far della sera, l'Abba si incammina, per la via tortuosa del Cadibona, verso Cairo Montenotte; e lungo il percorso, a mano a mano che si inoltra, recupera le immagini del suo vecchio mondo (addirittura, le chiama "memorie infantili": e sono quelle dello scorso aprile...), raggiungendo l'acme emotivo a Carcare, davanti all'istituto degli Scolopi: "Ma a Carcare il mio cuore si commosse profondamente. Cinque anni innanzi quel villaggio mi aveva veduto spensierato e felice, ora conforto, ora disperazione dei miei maestri. Le vie erano solitarie e in faccia al Collegio m'arrestai lungamente. Battevano le due. Oh! quante volte quell'ora m'aveva scosso trovandomi col capo reclinato sul mio Virgilio, a mormorare le cento volte un esametro che mi rivelava delle melodie divine! E per la prima volta pensai alla fuga degli anni, e rimpiansi il passato che come folgore mi balenava dinanzi... M'appoggiai al muricciuolo del pozzo e l'anima mia si fece triste. Quando suonarono le tre io stavo ancora in quell'atto. Ripresi la via lentamente come chi si stacca da cosa caramente diletta. Dopo un'ora battevo alla porta modesta del padre mio [...]".

Non vi sono elementi, in questo malinconico flusso di coscienza, per individuare inquietitudini di natura spirituale: tali da trasformare lo spontaneo flash back romantico in un pretesto per mettere in discussione il proprio sistema di valori, che, almeno per il momento, sembra reggere senza difficoltà alle prove del reale. Al di là della spessa coloritura patetica del brano, infatti, se ne può cogliere il motivo più autentico nello struggimento per l'improvvisa scoperta della caducità ("la fuga degli anni") e della nostalgia per quel che non è più ("rimpiansi il passato"). L'ambiente carcarese e calasanziano (e anche, parallelamente, quello familiare) funziona, qui, come una semplice "rimembranza": la necessaria chiave per il ritrovamento di una smarrita porzione di se, proiettataper illusione - nell'età dell'oro ("quel villaggio mi aveva veduto spensierato e felice"). Così, in questo gioco di miraggi sentimentali, entrano appena gli aspetti più "scolastici" del tempo di scuola; e ne restano fuori, non solo la grande lezione di umanità integrale (l'educazione globale della mente e del carattere, accompagnata, se vogliamo, da quella precettistica minuta, fatta di pratiche devozionali e di buone maniere, che sembravano tanto importanti al prudente senatore delle Noterelle...), ma pure - ed è sintomo rivelatore - quei vigorosi impulsi civili e patriottici che successivamente diverranno il luogo comune della celebrazione dell'insegnamento scolopico. Altrettanto generico è l'accenno all'anonima comunità dei "maestri", convenzionale controparte dello studente Giuseppe Cesare Abba: a cui - si noti - non vien da ricordarne alcuno per nome e cognome, e men che meno il Canata.

Non è il caso di richiamare, in questa sede, quanto già si sa (mentre sarebbe bene riaffermare l'urgenza di fresche e più estese ricerche) sull'opera feconda realizzata, nel corso dell'Ottocento, dagli Scolopi, tra Carcare e Savona: "le case più attive, oltre quella professa di Genova centro, nelle quali si può toccare con mano, per così dire, il trapasso dall'ultima generazione dei discepoli del Molinelli a quella liberale giobertiana" 2. Dal giansenismo al cattolicesimo risorgimentale, dunque, la coniugazione costante del fervore con il fermento religioso aveva reso tanto originale e vigorosa l'azione educativa di questi scolopi, che essi diventarono, in un'area periferica, il punto di riferimento obbligato per le moltissime famiglie liguri e piemontesi, desiderose di affidare i figli a scuole di buona fama, sia per la qualità eccellente degli studi, sia per l'altezza morale e il prestigio personale degli insegnanti. Un gran numero di quegli allievi si inserì poi attivamente (alcuni da veri protagonisti) nella nostra storia nazionale, pre e postunitaria: assai spesso, ovviamente, su posizioni politiche e ideologiche lontane (e a volte contrapposte) rispetto alle linee della formazione ricevuta. Coscienti tutti e indistintamente (e tutti lealmente riconoscenti, ancora a distanza di decenni) di aver vissuto, accanto a maestri straordinari, una straordinaria esperienza scolastica: al termine della quale si ritrovarono maturati nell'ingegno e nella coscienza: ciascuno a suo modo e secondo la propria "vocazione", ma tutti, sempre e comunque, al pieno servizio della causa patriottica.

Chi però, come l'Abba a Carcare, approdò al collegio dopo il '48 (o, come il Barrili a Savona, vi giunse troppo piccolo), scoprì che il più e il meglio era già stato dato: ai noti insuccessi militari e diplomatici era seguito, qui come dovunque, all'interno del variegato e traballante schieramento neoguelfo, un greve riflusso che aveva temperato gli animi e i progetti degli entusiasti, e ridotto al silenzio le voci più aperte (ed incaute) che avevano gridato al miracolo italiano e cattolico.

Fu allora che gli episodi esaltanti del passato prossimo si colorarono di leggenda, a calmare le ansie del presente, che appariva incerto e vuoto: e l'esercizio letterario, distolto dall'attualità, venne indirizzato su meno compromettenti temi retorici, che tuttavia acquistavano qualche insolita credibilità alla luce della recente epopea, instancabilmente riproposta da chi, avendone vissuto in prima linea le vicende - insegnante o alunno delle ultime classi - non rinunciava a tramandarle, alimentando nei sopravvenienti il gusto per l'azione e la speranza di un nuovo miracolo italiano, anche se - forse - non più integralmente cattolico. A Savona era l'eco delle accademie del '48 e del '49, la sperimentazione della ginnastica paramilitare, le manifestazioni popolari per l'indipendenza, gli slanci coraggiosi del Solari e del Pizzorno (subito pagati a caro prezzo...). A Carcare le innovazioni pedagogiche e didattiche del Buccelli, l'audacia filosofica del criticismo galluppiano, l'ospitalità e la protezione concesse dal rettore Garassini al Mameli fuggiasco e incriminato; e su tutto, naturalmente, le lezioni drammatiche del Canata e i suoi gesti memorabili.

"O frate Calasanziano maestro mio; cosa fai, in questo momento, nella tua cella, donde, in quello scoppio del quarantotto che noi sentimmo appena da fanciulli, l'anima tua di trovatore si lanciò fuori ebra di patria? E quasi voleva andarsene dalla terra, quel giorno del quarantanove orrendo, quando dalla cattedra dicesti ai tuoi scolari: Fummo vinti a Novara! Ci narravano i più grandi, che il padre maestro, dicendo così, era caduto sfinito: e noi mirandolo per i corridoi del collegio, rapido, sempre agitato, fronte alta, capelli bianchi all'aria, e l'occhio in un mondo che egli solo vedeva; ci sentivamo mancar le ginocchia e pensavamo a Sordello di cui, leggendoci Dante, ci voleva infondere la gentilezza, la forza e lo sdegno. Fu lui, gran frate, che del cinquantatre ci lesse, nella scuola, l'ode: Soffermati sull'arida sponda. Non ci disse il nome dell'autore, ma promise il primo posto a chi l'avesse

indovinato. Indovinammo tutti! Non avevamo già letto il Coro del Carmagnola?". Questo delle Notereste, tra quanti l'Abba disseminò (simili e diversi) nelle sue opere, è il più celebre ritratto del padre Atanasio Canata; ed è quello in cui, più esplicitamente, lo scrittore accenna alle sue fonti: i vecchi collegiali, appunto, e i loro racconti; attraverso i quali le matricole, mentre venivano iniziate ai misteri carcaresi, accoglievano il mito di un maestro singolare, che, pure a confronto con gli altri scolopi, generalmente atteggiati al progresso, si era distinto - negli anni cruciali per la passione totale con cui, dopo avere auspicato la guerra del riscatto nazionale (e quasi presagita nella strenua mimesi letteraria: che sarebbe stata peraltro - con qualche rammarico postumo degli studenti - la sua unica arrna), ne aveva poi seguito trepidante le sorti: di dolore in dolore, dopo le gioiose illusioni, fino alla sconfitta di Novara: che lo aveva stroncato, ma non ammansito. Ai piccoli degli iniziali anni cinquanta non restava che contemplarne la figura, ammirati e timorosi, rinviando le conferme del mito alle proprie personali esperienze di classe. Provocatorie e stimolanti letture dalla Commedia dantesca e dai classici, e anche dai contemporanei: Colletta, Foscolo, Manzoni, Guerrazzi, Mercantini... per limitarci a quei nomi che l'Abba stesso richiama in varie occasioni. Non avrebbe mai rinunciato a far lezione trattando i poeti da profeti biblici; né ceduto alla tentazione di smobilitare, rimuovendo brucianti, indelebili ricordi ("nel '54 dava ancora ai suoi alunni dei temi come questo: I ben morti, e soggiungeva - Quelli, per esempio, di Goito-"); e nemmeno si sarebbe sottratto al commento dei più scomodi fatti di cronaca: come quando, sempre nel '54, volle parlare ai fanciulli dell'orribile caso occorso al tiranno di Parma, Carlo III di Borbone, assassinato dal Carra ("Frate raro, biasimava l'uccisore ma non lodava l'ucciso").

Questi frammenti, insieme a tanti altri che ci è facile immaginare (e non sarebbe difficile radunare), divennero le tessere policrome con cui il devoto scrittore ripete alI'infinito il ritratto del Canata. Momenti affascinanti, magari sconvolgenti per certa sensibilità: ma solo se mantenuti nel microclima enfatizzante del collegio; rivisitati in più tarda età si sarebbero ridotti a puri aneddoti di routine, inferiori alla statura del personaggio. L'Abba, che di ciò fu certamente consapevole, seppe comunque trarne il miglior profitto, utilizzandoli, con abile eloquenza di narratore, a suffragio di una leggenda ormai consolidata, e da lui acquisita per esperienza diretta (ancorché attenuata) e per sincera convinzione di proselito.

A questo punto, tornando alla crisi del '66 (da cui eravamo partiti per la nostra ricerca), crediamo di avere raggiunto un risultato, spiegando perché l'animo del giovane Abba, distolto dagli ingenui miraggi dell'infanzia (e risolutamente inclinato alle virili fantasie del guerriero), si fosse all'improvviso stranito, orientandosi nuovamente alla voce suadente del padre Canata.

Dopo Custoza, infatti, l'eroe ci era apparso stanco e frustrato, deciso ad appellarsi allo scolopio come al giusto interlocutore per chiudere i conti con la vita: in realtà cercando un colloquio che gli permettesse, malgrado la distanza (o proprio per la distanza), di recuperare il suo più lontano retroterra (e il più solido), nel tentativo di dare un ordine coerente alle vicende tumultuose di una stagione breve, eppure già lunghissima, gratificata da eventi memorabili e gravata da irrisolte tensioni, che l'avevano lasciato - allora sì - inquieto, a dibattersi in mezzo ai dubbi e ai contrasti esistenziali.

Il Canata, ovvero l'uomo del crocevia: la cui sentenza amichevole - detta o presunta - bisognava sollecitare (e, avutala - a vive parole o per esempla-, confrontarvisi) in occasione di tutti gli aut-aut. Il maestro che, senza rinunciare alle premesse del sacerdozio cristiano (e anzi, confessandolo quotidianamente alla prova dei fatti), aveva saputo condividere con gli alunni il gusto dei nuovi tempi, alimentando in loro la curiosa e bruciante attesa delle novità, culturali e politiche.

In tal senso abbiamo testimonianze numerose, non solo dell'Abba (e non solo per il Canata, e non solo a Carcare...); ma quelle dell'Abba, perché si riflettevano su una moralità laica risentita e integerrima, sono probabilmente le più intense, e di sicuro le più frequenti: continuamente diffuse nell'opera omnia, quasi a correggere - appena appena - lo sbilanciamento mazziniano e garibaldino.

Vorremmo ricordare l'estrema, che nell'ampiezza del contesto sembra assumerle e comprenderle tutte.

Nel 1910, nello stretto arco dei due mesi che ne precedettero la morte (ó novembre), l'Abba pubblicò su La Stampa di Torino una lunga suite suddivisa in tre parti, che, tenute assieme dall'unico titolo (Cronache a memoria), costituiscono altrettante tappe di uno speciale pellegrinaggio a ritroso, compiuto nella biografia delle comunità locali piuttosto che nella propria, per ritrovare (ben oltre l'infanzia, stavolta) le più profonde radici collettive, cairesi e langarole: genti e paesaggi di una sperduta contrada di provincia, verso la quale si era sentito bruscamente (dopo essere stato, nell'anno giubilare dei Mille, l'instancabile ambasciatore del garibaldismo perenne) in debito d'affetto e di riconoscenza. Non tanto, quindi, una esplicita ricerca di se, quanto la minuziosa ricostruzione dello scenario in cui, nel 1838, aveva visto la luce un bambino qualunque, che però, fatto giovane e poi adulto all'ombra dei grandi, sarebbe talmente cresciuto, dentro le vicende della patria maggiore, da poter tornare - in vecchiaia alla minore, per rileggerne con umile scienza I poveri segno Impressi c a un umamtà labile e quasi sparita: rintracciando, nel polverio acre delle banalità di paese, i lineamenti di una storia dilatata; di molti più uomini e di idee più vaste e complesse: quella stessa su cui, dopo il '48, si sarebbe finalmente innestata la vera storia d'Italia.

Solo al terzo e conclusivo articolo della serie, uscito il 27 ottobre, l'Abba ritenne opportuno dare il sottotitolo: Un collegio nelle Langhe a mezzo 1' Ottocento.

Forse lo fece perché fosse chiaro (in chiusura di una rievocazione Ironica e pietosa, e tuttavia serissima e non tenera), che il tesoro di buon senso accumulato dalla pazienza plurigenerazionale dei semplici non sarebbe mai bastato a trasformare la saggezza popolare, da lui felicemente sperimentata, nel desiderio acuto e struggente della libertà, che lo avrebbe indotto - non ancora del tutto svezzato - a scelte drammatiche e definitive: al buon senso, appunto, incomprensibili. Soltanto grazie all'opera di mediazione messa liberalmente in atto da quei maestri, in quella scuola, egli era stato capace di vedere così apertamente nel futuro da voler fare, d'istinto, proprio quelle scelte, ritenute vane e folli, da chi credeva di sapere come si sta al mondo, e addirittura crudeli e snaturate da chi gli stava vicino e gli voleva bene.

Certo qui raffigurò il Canata per l'ultima volta.

"... poeta focoso in tutto, fin nel far penitenza; uomo da dipinger con la spada in pugno come San Paolo. Quello poi sì! non solo sarebbe divenuto della Giovane Italia, ma, se fosse rimasto nel mondo, fra il 1830 e il 1848, avrebbe trovato la via d'andar a morire in qualcuna delle sfide di pochi al potere onnipotente, qua o là dove che gli fosse capitato di vedere un po' di tricolore" .

E' il ritratto di un perfetto mazziniano; di un mazziniano mancato, ovviamente. O, meglio ancora: è il ritratto di un mancato martire mazziniano, la cui dedizione assoluta alla causa non dovette giungere fino alla prova del sangue unicamente perché il libretto del Vangelo aveva sopraffatto il cuore e la mente dell'impetuoso romantico, prima che altri libri potessero occuparli con altrettanta invadenza (un libro come Fede e avvenire, per citare - ad esempio - una delle letture determinanti per molti coetanei del Canata, che, nato nell'undici, si trovava anagraficamente nella più immediata fascia di reclutamento della Giovane Italia).

Consacrata l'irrequietezza del temperamento alla regola del Calasanzio (e collocandosi, quindi, in un'area notoriamente disponibile al dialogo), il padre scolopio aveva imparato ben presto a rendere feconda la sua irruente (anche insofferente) ansia di verità, dirottandola verso le cure dell'istruzione cattolica, che, essendo totale per definizione, non avrebbe potuto attuarsi se non come scuola di libertà, diventando senz'altro, in quelle famose lezioni appassionate di storia e letteratura, l'istruzione del patriota: naturaliter cristiano, appunto.

Sembrerebbe, quella dell'Abba, la soluzione semplicistica (e miserevole) di un problema morale assai complicato: si può lodare l'insegnamento religioso, se esso, al di là degli schietti contenuti disciplinari, fu tale da essere ridotto a una variante allotropa della modernità. E in questo senso la figura del Canata sarebbe stata rappresentata, qui e altrove, seguendo candidamente (o maliziosamente) le tracce dell'irenismo postunitario, che, vagheggiando la concordia nazionale a qualsiasi costo, aveva finito con il santificare i quattro o cinque protagonisti indiscussi, associandoli solidalmente: al modo in cui li troviamo riprodotti nella divulgatissima oleografia, presente allora in ogni casa, nell'una o nell'altra versione: a certificare, cent'anni fa (e anche meno), l'intatta fiducia risorgimentale degli italiani.

Ma l'Abba aveva troppa intelligenza critica, troppa cultura, per accedere disinvoltamente a simili iconografie di comodo.

Se la sua nota sensibilità politica e sociale venne pur sollecitata da quegli aspetti della tradizione cristiana che andavano a confluire spontaneamente nelle istanze proclamate dalle utopie umanitarie, le questioni di fede (storiche e teologiche) connesse con il sistema della religione rivelata, rimasero a lui sempre estranee o marginali; un affare privato della coscienza individuale: "Devoto a Cristo e della sua dottrina seguace umile e convinto, la mancanza di pratiche religiose non volle mai dire per me irreligiosità". E' la posizione corrente (equivoca e superficiale, se vogliamo sottolineare - con il senno di poi - l'ingenuità che fu di un'epoca intera) su cui si attestarono molti intellettuali di parte laica, non radicale: usciti per lo più da ottime scuole di preti (erano praticamente le uniche...) andarono poi liberamente per sentieri liberamente scelti: pronti però a riconoscersl, m qua unque momento, osservanti sinceri dello spirito evangelico (o della lettera, a seconda di quel che convenisse: e lì avrebbe potuto cogliere, chi fosse stato in grado di farlo, l'indizio manifesto dell'equivoco), dichiarandosi pertanto in pace con Dio e con i fratelli, serviti con piena coerenza e senza risparmio di se, nel nome di Cavour o di Mazzini, o, magari, con le armi di Garibaldi.

Quello che sopravviveva in tutti loro, e ne commuoveva la memoria (dopo averne condizionato l'azione e il pensiero), rispecchiava l'imprinting del patriota naturaliter cristiano, il cui stampo era stato, in anni remoti, nelle mani di maestri amorosi e sapienti: come, a Carcare, il padre Atanasio Canata.

NOTE

1) L. BALESTRERÀ Gli ultimi scritti giornalistici di G.C. Ahba, in "Miscellanea di Storia del Risorgimento in onore di A. Codignola", Genova, 1967, p. 58-59.

2) E. CODIGNOLA, Carteggi di giansenisti liguri, vol. 1, Firenze, 1941, p. CCXLII. La citazione è tratta da V. SARDO DERAPALINO, Un collegio nelle Langhe, Savona, 1972, a cui si rimanda per altre notizie e per la relativa bibliografia di base. Per gli Scolopi di Savona si veda A. M. FERRERO, Le Scuole Pie di Savona (1622-1922), in "Atti della Società Savonese di Storia Patria", n.s., vol. I (1967), pp. 5-100.

Mancano soprattutto gli studi convenientemente approfonditi sulle singole figure, che meriterebbero di esser tratte finalmente alla luce.