Riserva naturalistica dell'Adelasia
Terza parte – 3M

Ferrania: un pezzo d'America dove si lavora alla giapponese

Non c'è che dire: un bel capriccio della storia. L'industrializzazione moderna di Ferrania, dove oggi sembra di trovarsi in un angolo d'America che ha scelto di lavorare con metodi giapponesi, è stata avviata dai Russi, i tecnici dello zar. A portarli, nel 1916, sulle rive della Bormida era stata una tragica necessità: produrre esplosivi per la guerra contro gli Imperi Centrali (Germania, Austria-Ungheria, Turchia e Bulgaria). I Russi giunsero al seguito di una importante commessa che il loro governo aveva assegnato alla Sipe, Società Italiana Prodotti Esplodenti, di Cengio, ma che in quello Stabilimento, ormai giunto alla saturazione della capacità produttiva, non era più possibile espletare. E sarà quindi il boom di questa azienda, sorta nel 1882 come fabbrica di dinamite e pervenuta alla massima espansione nel corso della Grande Guerra, a trasformare l'economia e la vita della valle.
Quando, nel 1915, l'Italia entra nel conflitto, l'intera Liguria diviene un grande arsenale dove si producono navi, proiettili, cannoni. In Val Bormida, la presenza del nodo ferroviario di San Giuseppe di Cairo, che consente collegamenti diretti con Savona, Torino e Milano, e un ramificato sistema viario favoriscono gli insediamenti industriali. Nel giro di pochi mesi l'impianto di Cengio si ingrandisce di venti volte.
Accade così che quando la Russia, a corto di esplosivo in polvere, si rivolge alla Sipe, occorre costruire una nuova fabbrica destinata a produrre miscela di nitrocellulosa. Nel settembre del 1915 la Società acquista dai marchesi de Mari l'area di Piancereseto e trasforma un vasto capannone adibito a granaio in un complesso industriale. Qui, fino al 1917, i tecnici dello zar Nicola II preparano la "polvere B" per i proiettili dei cannoni Deport in dotazione al loro esercito. La Rivoluzione d'Ottobre e la pace di BrestLitovsk del 3 marzo 1918 portano la Russia fuori dall'intesa. Non c'è più bisogno di "polvere B" per combattere la Germania e i Sovietici lasciano Ferrania, abbandonando le scorte. Nel vecchio granaio si continuerà a produrre polvere da sparo per l'esercito italiano, ma ancora in pieno conflitto si decide di convertire la fabbrica in un impianto per la produzione di celluloide, il supporto della pellicola cinematografica, costituita da nitrocellulosa e da canfora, come plastificante. Riconversione da manuale, si potrebbe dire, che trasforma una fabbrica bellica in industria al servizio del tempo libero e dello spettacolo, consentendo per giunta il recupero delle scorte e di buona parte delle attrezzature.
Nel 1917 si costituisce la società per azioni Film, Fabbrica Italiana Lamine Milano, con un capitale di 10 milioni di lire ripartito a metà tra la Sipe e la Pathé Frères di Vincennes, la maggiore fabbrica francese di prodotti sensibili. Cinema e fotografia: il settore dei fotosensibili, attardato dal lento sviluppo della chimica di base, è ancora affidato in Italia, in quel primo dopoguerra, a pionieri dell'industria. Alcuni di questi faranno presto conoscenza con gli ultimi arrivati, i Valbormidesi.
Nel 1886, a Milano, il fiorentino Michele Cappelli aveva iniziato la produzione di lastre fotografiche: una lastra di vetro, sulla quale veniva steso uno strato di gelatina contenente una dispersione di bromuro d'argento. La sua ditta raggiungerà la massima espansione nel 1926, quando riuscirà a produrre 150 mila metri quadrati di lastre. Ma il destino del prodotto, con l'affermazione del supporto flessibile (la pellicola), era ormai segnato.
Sempre nel capoluogo lombardo, intanto, si era sviluppata la società Tensi, fondata nel 1905, il cui programma, inizialmente rivolto alle carte patinate, si estese rapidamente alle carte fotografiche, alle lastre e, dal 1911, alle emulsioni su supporto nitrocellulosico per cinematografia. È su questo palcoscenico un po' traballante, e reso ancor più incerto dalla prima grande crisi cinematografica nazionale (415 film prodotti nel 1921, 130 l'anno dopo), che la società Film si accinge a debuttare.
Direttore tecnico di Ferrania è dal 1919 - e lo resterà fino al 1957 - un chimico, Paolo Cassinis. La qualificazione della manodopera è il primo grosso problema che deve affrontare: una vera e propria rivoluzione sociale che porterà dei contadini ad acquisire le conoscenze e le capacità necessarie a fabbricare un prodotto ad elevato contenuto tecnologico. Lo Stabilimento si organizza rapidamente. Nell'agosto del 1920, ultimato il reparto di colata della nitrocellulosa, vengono ottenuti i primi pezzi di celluloide. Nel novembre successivo inizia la produzione dell'emulsione per il positivo cinema, mentre è già in costruzione il reparto confezioni dotato di macchine perforatrici. L'8 agosto 1921 è un'altra data fondamentale della storia della società: entra a farne parte l'ingegner Luigi Schiatti, che nel 1925 diventerà direttore di produzione nonché simbolo, per i successivi quarant'anni, dell'espansione produttiva dell'azienda.
Nel 1923 la Film presenta all'Esposizione di Torino la sua prima pellicola cinematografica positiva. Il momento comunque è difficile: la crisi del cinema perdura, la concorrenza straniera si fa sentire e, se non bastasse, a Ferrania si lavora in perdita. Un metro di film viene venduto a una lira, mentre il suo costo industriale è di una lira e quaranta centesimi. L'azienda, che conta 123 dipendenti (2 laureati, 14 impiegati e 107 operai), stringe i denti e reagisce: il capitale sociale viene raddoppiato, si potenzia e automatizza il reparto per la produzione del supporto, il primo impianto per la preparazione delle emulsioni è sostituito da un secondo, più grande e tecnologicamente aggiornato. Cambia anche l'assetto proprietario. Se ne vanno i francesi della Pathé, cedendo gratuitamente il loro pacchetto azionario al Credito Italiano, che era succeduto alla disastrata Sipe (la fabbrica di Cengio, comunque, sopravvivrà trasformandosi in colorificio con il nome di Acna). L'ingegner Franco Marmont diventa presidente e poi amministratore delegato, carica che conserverà fino al 1964. Affidandogli la nuova gestione, il Credito Italiano gli suggerisce la strategia che appare più logica: liquidare tutto. Prima di arrendersi, Marmont tenta una mossa tanto disperata quanto audace: mette in vendita la pellicola a 80 centesimi il metro, il che significa portare la perdita da 0,40 a 0,60 lire il metro, ma consente di incrementare le vendite e la produzione. Così il costo unitario scende e alla fine del 1926 il conto economico è riequilibrato. L'avvio della produzione di massa garantisce, oltre alle economie di scala, anche la costanza della qualità dei prodotti, mentre per evitare i pesanti contraccolpi di alcuni settori di mercato si amplia il ventaglio produttivo.
Nel 1926 esce la pellicola radiografica, l'anno successivo la negativa cinematografica, nel 1928 la pellicola fotografica in rullini (rollfilm) e nel 1930 quella in pacchi (film pack). Nello stesso anno inizia la produzione delle prime pellicole a 16 millimetri per il cinema a passo ridotto. Nel 1931 è messa in vendita la carta fotografica e nel 1934 è pronta la prima pellicola cinematografica negativa pancromatica. Nel 1932, intanto, la Film ha assorbito la Cappelli, sotto il cui marchio commercializzava i suoi prodotti già dal 1928, e assunto la denominazione di Film Cappelli-Ferrania. I dipendenti salgono a 500, al Credito Italiano subentra l'Iri. Quella statale è tuttavia una parentesi breve, perché nel 1935 la Società torna privata con il passaggio del pacchetto azionario all'Ifi di Torino, la finanziaria della famiglia Agnelli. Il programma industriale viene potenziato e anche la ditta Tensi finisce nell'orbita di Ferrania, che conosce in quel periodo un grande sviluppo. Lo Stabilimento occupa ormai un'area di 90.000 metri quadrati, di cui 12.000 coperti. Dispone di un fabbricato per la direzione, l'ufficio tecnico, i laboratori, di una centrale termoelettrica-frigorifera, di edifici per la lavorazione della celluloide, delle pellicole cinema e fotografiche, di un reparto per la preparazione e la stesa dell'emulsione e di uno per le carte fotografiche, di una distilleria per solventi, di vari depositi.
"Più che i microrganismi", scriveva il direttore tecnico Cassinis, "il temibile nemico di questa speciale industria è la polvere. L'aria che circola negli ambienti dev'essere quindi depurata. La pulizia delle persone, dei vestiti, delle scarpe, delle suppellettili, degli ambienti esige prescrizioni speciali e i centomila metri cubi di aria che ogni ora girano nel circuito dell'essiccatoio pellicola debbono essere privi assolutamente di sostanze solide sospese anche minime, perché la gelatina umida è un magnifico mezzo per captarle. Questi brevi accenni sulle difficoltà della lavorazione credo bastino a persuadere che, senza il sussidio, assolutamente necessario, di una tecnica speciale, che si matura anche coll'aiuto di pazienza e resistenza di nervi a tutta prova, c'è la quasi certezza di fallire lo scopo".
Ma di tecnica, pazienza e resistenza di nervi a Ferrania ce n'è da vendere. Sotto le spinte autarchiche vanno in porto nuovi progetti. Vengono potenziati i laboratori di ricerca che consentiranno di giungere, nel 1936, alla messa a punto di un sistema originale di sintesi dei sensibilizzatori e alla produzione di lastre e pellicole per infrarosso al livello dei migliori (e pochi) produttori mondiali. A Milano si producono le prime macchine fotografiche.
Un ritocco dell'immagine porterà, nel 1938, alla scomparsa dalla ragione sociale del nome Cappelli: resta Ferrania, con quel marchio tutto composto di lettere minuscole inclinate sulla destra, che diventerà famoso nel mondo. L'azienda pensa a ingrandirsi e acquista, intorno allo Stabilimento, un'area di 1700 ettari, anche questi di proprietà dei marchesi de Mari. Il personale occupato è salito nel frattempo a 1610 unità, di cui 18 laureati e 99 impiegati. L'attività risulta articolata su quattro divisioni: ricerche, lavorazioni, collaudi e applicazioni tecniche.
Autarchia e guerra: scarseggiano le materie prime, viene lanciata una campagna per il recupero dell'argento e nel 1941 inizia la costruzione dell'impianto per la produzione di nitrato d'argento. La situazione è grave: non vi sono scorte di gelatina, cotone, argento; manca l'energia. Ma c'è chi pensa al "dopo". Sono di quegli anni le prime prove industriali sull'invertibile colore: consentiranno, nel 1947, il lancio del Ferraniacolor, il solo materiale sensibile a colori fabbricato in Europa in quel primo scorcio di dopoguerra. Il capitale sale da 60 a 600 milioni e la Ferrania rileva dalla Montecatini una fabbrica di colle per poter produrre in proprio le gelatine: la società assumerà il nome di Fermonte e cesserà l'attività nel 1973.
Resiste il legame col cinema. Le tappe fondamentali di questo incontro sono scandite dall'uscita di nuovi prodotti e di nuovi film. Nel 1949 è disponibile la nuova negativa cinema Cine C7, quella della Settimana Incom. Nel 1950 vengono girati i primi cortometraggi in Ferraniacolor e nel 1951 il primo film, Ceramiche umbre. Otto anni dopo, quando La ciociara riceverà l'Oscar, anche la Ferrania, che ha fornito tutto il materiale per le riprese, dimostra di essere da "gran premio".
La tumultuosa evoluzione tecnologica nel campo dei materiali fotosensibili non si è nel frattempo arrestata. Nel 1951 si studia la sostituzione del supporto alla nitrocellulosa con il triacetato. Ma si ripropone il problema di inizio secolo: l'industria chimica italiana manca all'appuntamento perché non produce un composto base, il cloruro di metilene. Il piano della Ferrania dovrà attendere cinque anni per venire completato. Qualcuno tenta di fare un inventario. Se ne occupano gli storici della fotografia, catalogando i prodotti che escono con il marchio "tutto in minuscolo": 165 materiali fotosensibili diversi, 8 nastri magnetici, 34 tipi di trattamento, 42 articoli per attrezzature da laboratorio, 52 accessori per fotografia, 9 modelli di macchine fotografiche, 2 modelli di proiettori. I dipendenti, siamo nel 1959, assommano a circa tremila.
Il vero inventario è comunque alle porte. Verrà fatto nel 1964 per definire il passaggio del pacchetto azionario Ifi-Fiat al Gruppo 3M di St. Paul, Minnesota, USA. Troppo complessa era diventata la tecnica fotografica, troppo sofisticata la chimica del colore, troppo costose si erano fatte le ricerche: il rischio di rimanere stritolati tra le grandi multinazionali volteggiava nell'aria. Quando il 2 giugno 1964 nasce la Ferrania-3M, nello Stabilimento in Val Bormida lavorano 3700 persone. La 3M, Minnesota Mining & Manufacturing, sorta nel 1902 come piccola azienda per lo sfruttamento di una miniera di corindone, sforna già un'infinità di prodotti (oggi sono ben 45.000), ma quello che le ha dato fama e fortuna si chiama Scotch. Nasce nel 1929 ed è il primo nastro autoadesivo trasparente e incolore. Da allora in poi, qualunque nastro adesivo verrà indicato comunemente con questo nome, il che la dice lunga sull'impronta lasciata da questo marchio. I ricercatori 3M vengono riuniti nel 1937 in un Centro Ricerche che sfornerà ogni anno migliaia di nuovi prodotti. Il 1939 vede il lancio del primo foglio di plastica con proprietà rifrangenti, il nastro magnetico per calcolatori nasce nel 1952 e nel 1960 viene commercializzato il primo nastro video per la registrazione dell'immagine. In mezzo secolo, la piccola azienda mineraria americana diventa multinazionale e, nel 1959, approda in Italia. Lo sbarco avviene a Caserta, dove nel 1961 si inizia la produzione di prodotti magnetici. Tre anni dopo c'è l'ingresso a Ferrania.
Si mette in moto così un processo che oggi chiameremmo sinergico: la Ferrania possiede un know-how indiscutibile nel campo dei fotosensibili e della stesa dell'emulsione; la 3M dispone di una rete commerciale di dimensioni mondiali e vanta un grande centro di ricerche di base per lo sviluppo dei prodotti. Che cosa avviene in Val Bormida? Cambia tutto: persino la lingua, che diventa quella dei computer. Non si interrompe invece la lunga linea delle generazioni di dirigenti, tecnici e operatori che hanno costruito il successo dell'azienda.
L'ingresso degli "Americani" è comunque uno choc. All'inizio degli anni Settanta bisogna affrontare una situazione nuova. La crisi petrolifera induce a un completo ripensamento le economie dell'Occidente e le multinazionali reagiscono in fretta. La riorganizzazione della Ferrania-3M porta all'introduzione di nuove tecnologie e al ridimensionamento degli organici. Nel giro di dieci anni lo Stabilimento verrà praticamente ridisegnato, mentre la veloce obsolescenza degli impianti impone grandi investimenti in un ciclo senza fine, pena l'uscita dal mercato. Ma sul mercato l'azienda riesce a stare, facendosi largo anche con i gomiti. La ristrutturazione incomincia nel 1973: un anno di svolta, nel corso del quale si vara un rivoluzionario sistema radiografico, il Trimax, che consente di ridurre notevolmente la dose di radiazioni ionizzanti assorbite durante gli esami di diagnostica radiografica. Poco dopo, nel 1981, esce dai laboratori di Ferrania la pellicola più sensibile mai realizzata per diapositive a colori: 640 ASA. Poi è la volta della linea di pellicole fotografiche Scotch, che si afferma subito per l'ottima resa cromatica e la nitidezza dell'immagine.
In Val Bormida, quell'angolo d'America che lavora alla giapponese studia il futuro. La grande fabbrica è ormai tra le più avanzate al mondo dal punto di vista tecnologico e produttivo. Dai suoi reparti escono materiali fotosensibili per fotografia, arti grafiche e diagnostica medica, prodotti per sviluppare e fissare le pellicole, carta colore, prodotti chimici utilizzati nei più complessi processi di lavorazione. Con 2350 addetti la 3M è di gran lunga la maggiore azienda del Savonese. Gli obiettivi di produzione continuano ad essere regolarmente centrati e dall'America arrivano iniezioni di fiducia e autorizzazioni a ulteriori investimenti.
La gente di qui dice con giustificata soddisfazione: "Da noi, il presente è già futuro".